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UN RAGAZZO

  Era un ragazzo e voleva essere pittore........

Avevo deciso di fargli vedere quel paesaggio. Quando arrivò non ero ancora riuscito a recuperarlo dietro gli altri quadri accatastati nello studio.
Non potevo incominciare che parlandogli della mia esperienza. Prendendo spunto da un vecchio quadro fra i primi che avevo dipinto, avrei potuto accompagnarmi con un filo temporale per strisciare all’indietro e mettere insieme ciò che mi aveva spinto verso una direzione da cui nulla avrebbe potuto distogliermi, che non conosceva ostacoli e faticava a rassegnarsi ai compromessi.

Non era il caso di fare una lezione accademica mi piaceva l’idea di provare a trasmettergli l’entusiasmo che mi prendeva agli inizi della mia avventura artistica, quando guardare il mondo era una scoperta che pretendevo di trasfigurare nelle mie opere.
Eravamo impacciati: ci si conosceva poco e sentirmi chiamare maestro poi accresceva il mio imbarazzo e mi metteva nella condizione ingombrante di dover indirizzare l’incontro: mi spettavano gli obblighi comunicativi.

Ascolto la mia voce aggirarsi fra le cose delle studio come un suono fuori campo monologante che sembra dare discordante sostanza a ciò che sto richiamando alla memoria...
Il ragazzo si lascia circuire, annuisce partecipe, galleggia sull’impressione illogica che gli trasmetto, si arrampica con me in verticale totalità su esaltazioni giovanili nelle quali sembra riconoscersi.
Le uscite adolescenziali verso la campagna con le tele preparate e ben tese sui telaietti. La smania di cercare gli scorci più interessanti pronto a raccogliere le prime impressioni dei paesaggi lungo il fiume.

Illustro, descrivo l’operazione decisiva: il segno con cui qualcosa viene ritagliato dall’informe circostante e osservato in sè,  l’intersecarsi e il collidere dei piani, le campiture essenziali, la scelta dei colpi di luce e quella vecchia casa sulla riva, strutturata rozzamente sull’ansa morbida dell’acqua, sempre a rischio di crollo per le inondazioni, ma con invidiabili aperture sul paesaggio che amavo. Era il punto di riferimento nei pomeriggi nebbiosi con le sue luci già accese. Invidiavo chi ci abitava, mi sarebbe piaciuto starmene lì lasciando che la corrente portasse i miei pensieri... ero sicuro che sarebbe stato facile nelle sere tranquille inventare le forme che avrebbero dato nuova linfa alla mia arte.

La vedo tratteggiata di scorcio sulla superficie del quadro delinearsi fra i tronchi spogli del pioppeto, nitida e intatta da poterla toccare....resto con le dita in un gesto sospeso, confuso dallo sguardo strabiliato del ragazzo che cerca sulla tela quello che per me è evidente.... e d’improvviso mi rendo conto che la casa non c’è: l’avevo solo pensata, immaginata migliaia di volte ma non l’avevo mai dipinta...

Pubblicato il 16/3/2015 alle 10.24 nella rubrica Diario.

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