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SPECCHIO
* L'artista sarà tanto più perfetto quanto più in lui saranno separati l'uomo che soffre e la mente che crea; e tanto più perfettamente la mente assimilerà e rielaborerà le passioni che sono il suo elemento* (T.S.Eliot)


TRANSLALIE..


6 dicembre 2013

NEL BOSCO...

seconda parte...

 
Dopo cena, seduti davanti al camino,  in compagnia  di sé stessi, il ragazzo azzardò la domanda che gli premeva: chi sono le persone della foto?

Il viso dell’uomo ebbe come uno svuotamento, l’espressività cancellata dietro un sipario di silenzio che si apriva sul silenzio della stanza. Il ragazzo ripetè la domanda, si capiva che la risposta sarebbe stata vitale per la sua tranquillità.

Mia figlia e mia moglie morte in un incidente, io guidavo l’auto… non sono morto.

Un evento tragico e la sua vita agiata gli era diventata inaccettabile.  Quel rifugio, costruito  per confondersi con l'ambiente, rispondeva al disperante bisogno di  isolarsi… imprigionarsi in un punitivo faticoso ritorno alla natura. Da cinque anni stava lì, solo. Tutti i suoi beni erano stati devoluti a una fondazione assistestenziale. Un avvocato di fiducia, si occupava  degli aspetti amministrativi e lo riforniva dell'indispensabile.

Raggomitolato per terra l’uomo racconta la sua giornata: è tornato raccoglitore, dai libri ha imparato a riconoscere erbe e frutti commestibili… le ore scappano in fretta quando si è costretti a darsi da fare per sopravvivere. Di notte, la lettura lo aiuta a disperdere  le apparenze insidiose che lo soffocano.

Il ragazzo fatica a capire, ma sa che non potrà fare a meno del suo aiuto per andarsene: è  furioso, nell’impossibilità di  agire, di decidere,  costretto a dipendere  da un  egoista, egocentrico, incurante delle esigenze degli altri…

L’uomo  sente la necessità di spostare l’attenzione lontano da sé. Si nasconde dietro le pagine di un libro  e comincia a leggere ad alta voce, incurante dei segni di insofferenza del ragazzo.

È una storia di castelli inglesi e di spettri. Qualche sorrisetto forzato  scappa fuori quando  il vecchio lord inglese compassato e puntiglioso avverte  il magnate americano dei guai in cui si andrà a cacciare comprando un castello infestato dai fantasmi. Forte dei propri dollari e di presunzioni moderniste, la famiglia americana non dà retta e si installa nel castello.  Incomincia una battaglia fra il fantasma che cerca di impressionare, con trucchi agghiaccianti, i nuovi inquilini per farli sloggiare e la famiglia che minimizza tutto con un piatto buon senso americano.

L’uomo e il ragazzo  arrivano sorridendo fino al finale… inaspettatamente romantico.

continua ... 
                         C.P.




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29 novembre 2013

NEL BOSCO...

 

La luce improvvisa di una torcia gli  arrivò in faccia.

Col telefonino scarico, dopo essersi sgolato, fra rabbia e disperazione, fino a sentirsi esausto…  qualcuno era arrivato.

L’uomo non fece domande, la situazione era intuibile: il ragazzo  ferito, prostrato,  aveva bisogno di aiuto. Diede un’occhiata alla caviglia  gonfia e dolorante, lo sollevò e lo sostenne fino al  proprio rifugio.

Solo un osservatore addestrato avrebbe potuto scovare fra quell’intrico di rami e rampicanti, il riparo, accortamente incastrato sotto uno spuntone di roccia. L’interno  era ampio e accogliente. Il calore di un camino e  il necessario per un soggiorno non provvisorio.

L’uomo armeggiò nella stanza  in cerca di ghiaccio secco per  la caviglia,  portò un calmante e una bevanda calda.

Dopo tanto affanno il ragazzo  si andava rassicurando, solo uno scatto stizzito nel sapere che non c’era telefono per rassicurare la  famiglia. L’ospite era silenzioso, ma si ingegnava   e stava preparando  per farlo dormire. Il conforto dell’ambiente e la stanchezza accumulata bastarono a dargli  sonno.

Fu un risveglio brusco, quando dalla finestrella nel soffitto i raggi del mattino si stesero sul suo letto… nessuna traccia del padrone di casa.

Le armonie sonore della natura penetravano il silenzio della stanza, dalla penombra emergevano i contorni dell’arredo, essenziale: molti libri alle pareti, un angolo per cucinare e in fondo il letto.

 E la sorpresa del ragazzo  non fu per quello che c’era ma per quello che mancava… niente corrente elettrica. Come si poteva vivere così… abituato alla città che lo frastornava con  raffiche di stimoli, la condizione  gli  sembrava insostenibile. Solo un  balordo o un criminale braccato potevano  adattarsi a  un’esistenza simile. Chi era quell’uomo, forse un agente segreto?

L’inquietudine lo strinse. Si espandeva, dal dolore alla caviglia,  attraverso le radici della buca che l’aveva fatto cadere, si accucciava fra i  muschi decomposti del sottobosco e risaliva impietosa fino al nervo scoperto del sospetto. Le sue risorse perdevano  quota, la  baldanza adolescenziale, svuotata, non lo sosteneva più. Aspettare… aspettare che un imprevisto, ancora senza aggettivi, arrivasse  a portare sicurezza.

Verso sera, la porta si spalancò come per un colpo di vento,  l’uomo era tornato: zaino in spalla e una bracciata di legna… Il fuoco prese con allegria e  il  cibo da condividere   schiarì gli umori, ma era ancora  presto per  la confidenza.

Il secondo giorno passò… nel ragazzo la curiosità e l’impazienza si facevano sempre più pressanti. Su una mensola, fra i libri spiccava una sola foto:  un uomo, una donna giovani  e una bambina molto somigliante al padrone di casa… Allora l’uomo non era stato sempre solo, aveva dei legami?

L’indomani  la caviglia era  migliorata. Arrischiò qualche passo fuori per ritemprarsi al sole: il bosco sembrava aver preso la parola per raccontarsi nella sua più sfolgorante magnificenza autunnale.

Ma l’isolamento gli pesava, era troppa l’abitudine al contatto umano. Spiava ansioso la porta, in attesa... 
       continua...  
                                                      C.P.




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4 novembre 2013

LA PANCHINA

                   

             



Cercavo di  esserci  prima di loro, verso l’ora del tè, mi attirava vederle arrivare…

Camminavano vicine, così simili che si potevano scambiare per gemelle: stessa struttura, stesse camicette ordinate, gonne a disegni fini, scarpe vagamente demodè. Solo guardandole con attenzione si distinguevano le differenze:  lineamenti   diversissimi e il colore dei capelli, striati dal  grigio, denunciava i contrasti.

Sedevano sulla panchina, sotto il platano, come avvolte da un’aura che le separava dal resto. Benchè attente l’una all’altra, in una prossimità composta, non si  toccavano mai. Perchè  ?… avevano corpi completi, mani e tutto quanto, solo il viso sembrava non essere fornito dei muscoli per sollevare il sorriso. Voleva dire qualcosa, o era solo il pudore di non esibirsi in smancerie…

Le avevo quasi di fronte, ma parlavano con  tanta precauzione che  non riuscivo a capirle. Se qualche punteggiatura eccitata  scappava fuori, veniva subito repressa e quando il traffico correva feroce, le  labbra incattivite, si serravano.

La curiosità mi prendeva alla gola, cercavo di intuire i sensi delle cose che si passavano. Di certo erano strette da un sodalizio di esperienze comuni.  Ma quali? Mulinavo nella fantasia  trame truculente in cui la loro spaventosa brutalità si scatenava. Erano due mostri, con un’adolescenza  da bad girl  dai percorsi  brucianti, accomunate dal ricordo delle proprie nefandezze… forse un passato corrosivo  le  costringeva a vivere in abbandono e avevano trovato un’apparente bilanciamento nell’ordinata sequenza di  comportamenti decorosi. Probabilmente ancora prese da interferenze  vischiose, che non volevano  rinnegare e tenevano in caldo evocandole, pronte a succhiarsi le reciproche responsabilità.

L’anonimato del loro essere non  portava a  orientamenti definibili, ma il mio cervello, da subito, aveva elaborato le peggio cose… non era chiaro se questa piega cinica venisse dal  mio istinto o dal loro riserbo ostinato. Mai mi era capitato di pensare che, al contrario,  fossero  state spezzate da  una stella astiosa.

L’appostamento durava da alcune settimane, ripetevo il rituale come  contagiata… un virus da cui  non avevo voglia di risanarmi.  

Con un buona dose di  intraprendenza avrei potuto azzardare un approccio, per il prurito di saperne di più,  ma mi tratteneva il loro ritegno,  temevo una reazione incontrollata che confermasse l’idea che  mi  girava in testa. Mi limitavo a spiarle maneggiando da dietro la mia rivista, senza sapere cosa aspettarmi.

Un pomeriggio non comparvero. Sospinte via da quella consuetudine, verso  altre provocazioni? O più banalmente i miei traffici si erano fatti  tanto grossolani e maldestri  da infastidirle… Ritornai per qualche giorno, invano: la mia presuntuosa indiscrezione era stata castigata.

Solo il platano, aveva accettato quelle presenze senza farsi domande, gli importava poco di sapere se fossero state vittime o carnefici, mosso a compassione dalla loro solitudine, lasciava cadere sulla panchina  due foglie vicine, come segnaposto, in attesa che tornassero.

                                          C. P




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13 settembre 2013

NON PUÓ ESSERE VERO – recensione

Ingoiato l’insuccesso del suo secondo volume, Wolken ci riprova con questo terzo romanzo. Esaminare i fatti prima di ogni  arbitraria  interpretazione. È l’incipit che  dà il via alla vicenda. Sembrerebbe  l’inizio di un itinerario di propositi lineari, chiaro negli  intenti  della protagonista, che sta tentando di districarsi  da un groppo di piccoli fatti inspiegabili che la assillano.

L'intrusione di un amico confidente, rimesta nell’io disordinato della donna, facendole credere di poter sgombrare, quelle che egli ritiene sovrapposizioni incoerenti, apparenze, fantasmi che emergono dal  passato.

I due trovano posto nella quiete claustrofobica di un villaggio, dove l’inclemenza del clima, riduce all’essenziale i contatti con l’esterno. Un paesaggio  desolato, raggelante, che entra nel risvolto narrativo, inquinando i legami della coppia.  Il prolungarsi di argomentazioni ragionevoli, che l’uomo cerca di  mettere in campo, il ribattere teoremi  dimostrativi prudenti, senza nessuna possibilità di mandare ad effetto le attese liberatorie della protagonista, innesca sempre nuovi contrasti. Due vite incardinate in uno  scontro continuo  di temperamenti che nell’irruenza  del conflitto, perdono il contatto con la parola e regrediscono a sfrenatezze preverbali .

Quando i nodi si intramano  inestricabili, e il sentimento d’amore che sembrava  unirli,  perde consistenza, la donna, convinta che le ombre che la offuscano non lascino scampo, in un convulso accesso  di mortificanti visioni, si allontana, perdendosi fra l’ostilità ovattata della natura. Un finale aperto che marca come inconsistente l’affanno a incontrare compensazioni oltre il confine della propria identità.

Rispetto al secondo volume, che la critica  aveva stimato privo di interesse, e non all’altezza delle aspettative  che l’opera  prima faceva intravedere, questo terzo ha trovato una vita gonfia di sviluppi ben orchestrati. Smanie, tumulti, estraneità, insinuati  nella vicenda apparentemente piatta dei  personaggi, si dispongono  e si ibridano in irruenze incontenibili.  La scrittura  dispiegata, densa, senza slabbature, porta a una conclusione crepitante:  il fuoco d’artificio di proiezioni allucinatorie, che l’interiorità febbrile di lei, semina nella coscienza del lettore e fa ritrovare un talendo dato per disperso.

 J. Dee Wolken - Non può essere vero -  Milano , Mondadori,  2012

Se vi venisse voglia di leggerlo, lasciate perdere, il libro non esiste.

                                                                                                  C.P.




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24 giugno 2013

LA PENNA

  

 

  

La mia penna si sta snaturando...

Si ribella, stride, graffia, lascia delle tracce incomprensibili o si impenna ostinatamente. Se non la conoscessi penserei che fosse insidiata dallo  spettro maligno dell’inettitudine.

Si lavorava insieme,  almanaccando storie  e questa mutazione  è un guasto  all’umore. L’ho sempre sentita complice, una  protesi che mi combaciava, ma da un po’, quando la stringo, raccolgo delle  vibrazioni enigmatiche:  di sicuro sono indizi, vuole dirmi qualcosa e lo fa con l’eleganza anoressica del suo corpo. Cerco di potenziare le osservazioni e annoto sempre nuovi sintomi…

Sul  mio tavolo, fra gli oggetti  che sgomitano per trovare posto, il computer aspetta di venire attivato   e  quando mi capita di appoggiarla lì vicino  scivola e si lascia cadere.

Più che un gesto suicida, sembra una richiesta di attenzione.  La raccolgo e la rimetto  su, come si fa quando  i bambini  lanciano via dispettosamente gli oggetti.

I segnali di ripulsa continuano… ho il sospetto che  tenti di farmi  rinnegare questa  scrittura da amanuense pasticciona per spingermi  verso la tastiera del computer.

Incredibile! Ha deciso di sacrificarsi per permettermi di sfidare il nuovo che avanza...

Tanta abnegazione va oltre ogni congettura, è troppo coinvolgente perchè  possa svicolare.

Conto di affidarmi a quel tecnico così solerte, che mi pungola perché aggredisca  i  rudimenti dell’informatica: che ne avrei grandi vantaggi e il mio lavoro, rigenerato, acquisterebbe  scioltezza e incisività.

Devo farlo! Questa penna incontenibile, trascinante continua a tremarmi inquieta fra le dita  e non me la sento di deluderla.                                                               C.P.




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4 giugno 2013

IL PASSATO

È comparso stanotte ai piedi del mio letto...

Riccioli imbalsamati color sabbia, pelle trasparente e negli occhi una folgore di sfida.

Vorrei avere  io quello sguardo e trapassarlo fino al midollo sperando di convincerlo a tornarsene da dove è venuto...

Ogni tanto si ripresenta per mettermi ai ferri corti con la sua indiscrezione. Ero convinta, che il  passato sapesse tutto di me... sembra che non sia così.

È vero, sa delle mie azioni, quelle non posso nascondergliele, ma ancora non è riuscito a penetrare le motivazioni che me le fanno compiere.

Arriva strisciando con la sua sacca di ricordi  e me li sciorina sotto le palpebre aggiustandoli  con destrezza, certo che la loro bruciante tensione allenterà le mie difese.

Ha origine un conflitto  senza soluzione di continuità a colpi di  memorie... riminescenze... echi... traccie... richiami, VS  la  chiusa determinazione della mia coscienza di non concedersi.

Le  strategie che mette in atto, le  sottigliezze, gli espedienti, cambiano di continuo, ha avuto modo di registrare i miei comportamenti e tenta di trarne vantaggio.

Intrusione più intrusione, ho paura di essere costretta ad abbandonare il mio nutrimento esclusivo alla sua avidità, e ”quando il giorno pellegrino si ferma e cade estenuato”... lotto per serbare il privilegio di chiudere gli accadimenti attivi e accudirmi senza ingerenze...

È allora che tutta la ricchezza tumultuante, gli abbandoni, i pentimenti improvvisi e ogni stilla di silenzio, in cui hanno germogliato le preziosità divaganti della  meraviglia, danno vita a cose che si decantano in altre e ne attraggono l’essenza, regalano immensità a colature inafferrabili  e sensuali che vitalizzano il presente, per disgiungermi dalla dispersione del tempo.

Farò carte false per non  permettergli di  esercitare la supremazia che tanto lo intriga, se lo facessi anche una volta sola, sarei perduta

So che questo lo indispettisce e lo fa sentire inefficace.Non importa, al mio passivo, colloco anche questa carognata: non sarò  io ad agevolarlo nei suoi astiosi tentativi. 

Sono gelosa, i miei perché, li tengo acquattati nel profondo e intendo attivare l’efficienza  di tutti gli anticorpi che mi ritrovo, per mettermi al riparo da interferenze malaccette.

                                                                        C.P.




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14 maggio 2013

METAMORFOSI (ultima parte)

Ma anche la nostra società  supertecnologica, ha bisogno dei suoi miti... e li ritroviamo nei personaggi geneticamente modificati delle graphic novel, che tanto ci appassionano:  l’uomo ragno, il terribile Hulk... o nelle favole: il rospo in cui si cela il principe azzurro... nelle fantasmagoriche  saghe dei sequel  cinematografici…

Così il fil rouge che lega le meraviglie delle antiche allegorie all’attualità, continua in forme diverse, nel tentativo “di  spiegare la realtà, di superare e risolvere una contraddizione della natura”.

Quando, per allontanarci dalle contraddizioni dei nostri giorni bui, invochiamo con insofferenza, una trasfigurazione subitanea e voluttuosa, che sappiamo impossibile, non dobbiamo dimenticare  che,  in compenso, ci è stato dato qualcosa di non meno sostanziale: una mutevolezza emotiva  inesauribile. Improvvisa, mirabile, di gran lunga  più  magica, stupefacente e vitale di qualsiasi alterazione morfologica, che ci sorprende, stravolgendo, nel bene e nel male, non l’esteriorità, ma il senso del nostro vivere...

È questa la risorsa di cui ci facciamo capaci nella coscienza del pensiero, e che ci trattiene sull’orlo della dispersione?... una gamma variegata e umanissima di percezioni trascinanti, fra ripulse feroci e ardori, tenerezze o impeti incontenibili,  accensioni amorose, nell’intimo inestinguibile sentire che abbiamo il privilegio di poter salvaguardare incarnato nella parola, perchè resti testimonianza del passaggio di ogni essere fra le altre  creature.
                                                                              C.P. 




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6 maggio 2013

METAMORFOSI (parte prima)

Non so se succeda anche ad altri, ma a me, prima dell’arrivo del sonno, capita di fantasticare che il risveglio dell’indomani mi veda in  forma di qualcosa di magnificamente diverso.

È un sogno irrealizzabile?... sì certo, ma che senso avrebbe un sogno se non volasse sull’ala dell’impossibile? La metamorfosi,  che è una caratteristica meravigliosa di  molti animali,  a noi umani è preclusa.

Perfino Ovidio, che ha scelto la  lussureggianza della parola come  strumento della sua poetica, inventando decine di metamorfosi fra le più stupefacenti,  sostiene: ”Odio me stesso, e tuttavia non posso non essere quello che sono”. Un’affermazione che lucidamente segnala l’impossibilità di modificare non solo il proprio aspetto esteriore ma soprattutto le pulsioni profonde della personalità che ci identificano e fanno di ognumo di noi un unicum irripetibile.

Altri prima di lui hanno proposto nelle loro opere il tema del travisamento da Apuleio a Nicandro di Colofone a Kafka che ha ideato, per il  personaggio del suo racconto, la snaturazione orrenda in una blatta disgustosa, che tuttavia, come sempre in tutte le vicende di trasmutazione, mantiene caratteristiche di pensiero e sensibilità umane e soffre terribilmente nel ritrovarsi snaturato e senza risorse.

Il tema della sofferenza  si accompagna, in singolare simbiosi all’inquietudine di tante creature  tormentate dall'inadeguatezza che trovano nel mutamento l’unica via d’uscita: vittime  di  passioni violente e repentine  che scelgono di divenire altra cosa rispetto a una realtà  intollerabile.

La costellazione di leggende che impreziosiscono la poesia ovidiana lascia senza fiato.

Il tema è l’amore, che conosce un’ampia gamma di modulazioni: dalla passione malata, all’incantamento o alla dedizione generosa, ma non è mai fatto di corteggiamenti o galanterie, è un sentimento che nasce dall’attrazione fulminea per la bellezza delle forme, impossibile da dominare, che pretende decisioni  improrogabili.

Chi non conosce la meravigliosa soluzione inventata per  Dafne che preferisce vedere le sue membra trasformate in fronde di alloro pur di non cedere alle lusinghe amorose di Apollo. O di Narciso amato senza speranza da Eco... di lei resterà solo una voce. Creazioni fantastiche che sono state e continuano a costituire una fonte inesauribile di suggestione per artisti di ogni epoca.

E che dire di Pinocchio il più intrigante trasformista della nostra letteratura che cambia,  da burattino  a ciuchino a bambino vero, a seconda della sua capacità di essere in sintonia o in contrasto con le regole morali della società.  Qui viene introdotta una sorta di reversibilità,  di riscatto in funzione educativa... i sentimenti modificano l’animo del burattino, in questa ottica l’autore  ci consegna una visione più terrena e ricca di sfumature,  e interiorizza  la  possibilità di affrancarsi attraverso la consapevolezza del proprio ruolo nel mondo.

                                            C.P.

continua....

 




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16 aprile 2013

BRIVIDI D'ACQUA

È passato tanto da quando la  mia pelle rabbrividiva al contatto con una liquidità avvolgente, nella frescura del suo abbraccio  potevo stare a lungo, galleggiare inerte  separata dal mondo, aspirando il sentore della dimenticanza.

 

È stato un itinerario per distrazione a riportarmi qui... attratta da un tutto di  salsedine e  alghe mescolato in  effluvi inconfondibili, presa nella rete di scintille che il sole ricama sull’acqua,  e dalla voglia di non voler essere da nessun’altra parte.

Devo  riconoscerlo, qualcosa che credevo perduto si riannuncia, quando il mio corpo  lentamente accetta di  confondersi  fra le piccole onde in fuga che biancheggiano sulla superficie. Le membra incontrano di nuovo la leggerezza e tornano a non  appartenermi,  questa perfezione  fluidamente mi controlla, tiene a bada i miei trascorsi e li  riconduce alle loro giuste proporzioni.

Persino i sogni della notte, che sempre, nei loro incontrollabili percorsi mi danno perdente... senza orizzonti, attenuano il loro  impatto. Le attese della  vita, provvisoriamente si aprono un varco, sembrano sgrovigliarsi vivificandomi in un esilio che  ritempra.

 

In questo accadere, perduta ogni concretezza paralizzante, sto arresa, abbandonata fra la complicità dell’azzurro che mi irradia e non sono più sicura di  essere qui per il mare... ho la presunzione che il mare sia qui  per me.

                                                              C.P.




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4 aprile 2013

IL BORGO DELLA RETORICA

Ho vissuto due stagioni nel borgo della retorica...

Luogo collinare, abitato da  una popolazione meticcia, un melting-pot variegato di etnie  arrivate da dove non si sa, come non si sa.

Una molteplicità di figure dall’estetica sorprendente che tuttavia nel tempo hanno trovato nella parola il loro punto di contatto. Si sono fuse, legate, impastate dando vita espressiva  a un codice ricco, in cui il minimalismo controllato dell’entimema dialoga con la modulazione altalenante dell’iperbole, senza che la comunicazione risenta di nefasti soprassalti.

Sulla parte più alta della collina domina il castello, mantenuto con cura, che costituisce l’orgogliosa sineddoche: una parte per il tutto, che non solo li rappresenta nelle cerimonie ufficiali, ma costituisce un  rifugio sicuro in caso di pericolo.La leggenda mormora che vi abbia soggiornato addirittura Aristotele e gli abitanti fingono di crederci...

Scendendo, lungo i  fianchi  dell’altura, svetta  il  rigoglio della  faggeta - coi suoi tronchi affratellati nelle dissimili piccole assomiglianze della similitudine - degradanti fino  allo  slargo che accoglie  le case del borgo.Costruite con la  parsimonia  del buon senso e  del buon gusto, reggono il tempo in   piacevolezza, riunite, come  vecchie signore, per le chiacchiere vespertine.

Nella piazzetta centrale: un salotto open-air,  dove si può sostare nei giorni belli. Arredato di cespugli  officinali e  aiuole fiorite di colori e profumi,  che si  compongono in sinestesie di  grazia  Al centro il superbo obelisco, donato da un mecenate locale appassionato di astrologia.  Progettato a sezioni che si incastrano le une alle altre, in forma di cannocchiale, ricoperto da scaglie madreperlacee, splende salendo in verticalità, come un dito di luce, a indicare il firmamento.

Nel tempo è diventato un punto di incontro. Ci si dà appuntamento alla base della sua luminescenza dove è stato inciso il motto: “Da cosa... nasce cosa ”, perfetto preludio in forma di metonimia alle sagaci proiezioni di chi vive in questa plaga.

È un luogo, di allacci a volte di riscontri dolorosi, sempre di  avvii sussurrati, all’insegna di aspettative che  non  sconfessino ciò che il possibile riserva.

Benchè  l’avvenire prospetti agli abitanti aperture impensabili, c’è  sempre chi ha voglia di andare al di là di questo futuro, di torcerlo, sfidarlo... perché attratto da luoghi dove l’accumulazione degli oggetti e delle evenienze fa balenare inesplorati  appagamenti. Nel  momento degli addii, passano una mano sull’aforisma apotropaico come gesto scaramantico, per portarsi appresso un po’ del loro passato e disporsi a nuove cose, poi  imboccano l’autostrada ...verso altri linguaggi.

                                                                          C.P.




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14 febbraio 2013

SENZA IDEE

Non è una condizione rara essere a corto di  idee, ci sto dentro spesso, è quasi la norma.

Benchè infognata in questa insufficienza non posso rinunciare al contatto rigenerante con la parola, quella degli altri, sempre, ma anche la mia, quando è passato il tempo conveniente perché  l’abbia ormai persa di vista e la senta separata.

Mi rigiro sul già fatto, ciò che  sembrava buono finisce per suonare discordante fastidioso difforme.

Riprendo quello che ho scritto, torno all’orto che ho coltivato con disciplina  e ora presenta l’erbaccia infestante degli aggettivi roboanti, i rami secchi del superfluo... bisogna sradicare, sfoltire, mettere a dimora il germoglio di un’ideuzza nuova per ispessire l’alopecia delle zone brulle... innestare le piante inselvatichite perché i frutti  sulla tavola degli ospiti siano più succosi e attraenti.

Mi do da fare con  gli attrezzi della lingua, illudendomi di disporre un assetto definitivo che raggiri l’instabilità delle cose.

È vero, l’esperienza passata dovrebbe farmi riflettere, l’erosione del ripensamento è in agguato, sostenuta dall’incertezza, dai tentennamenti,  a volte da nuove esperienze o da intriganti contagiose fascinazioni, e non sarà possibile liberarsene.

Disconoscere l’idea del non finito, rifiutare l’istigazione del workinprogress, respingere il pungolo del mutamento, almeno per una breve congiuntura, sarebbe un’ incommensurabile rassicurazione, come stendersi  su una cuccia  benevola.

Non mi è concesso, gioco  la partita del transitorio... che non dà tregua.   

Spesso - facendomi beffa di un orrendo paralizzante autocontrollo -  vorrei prendere tutte le parole che scelgo quando sto a scrivere qualcosa,  insomma quello che  credo il mio linguaggio e renderlo allusivo, inconoscibile, centrifugarlo, spiegazzarlo, dargli uno spasmo.

Oso immaginarlo come una lingua di lava sfolgorante nei suoi  bagliori notturni, inesorabile di sommovimenti, insinuata nella tenebra dei miei limiti. E - oltre ogni cosciente incongruenza - fantastico persino, che tutte le potenzialità creative, attraversate dall’accordante intreccio della contaminazione, si prendano per mano, sconfinandosi nello spazio fino a fertilizzare la mia pagina disabitata.

                                                                 C.P.




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25 gennaio 2013

LA LETTERA MAI SPEDITA

Caro S.,
inizio, come prevedono i convenevoli d’uso, non solo per finezza, ma soprattutto perché mi sei costato caro...
Povera me, giovane sventata, improvvidamente presa, affascinata dalla splendente vaghezza dell’arte, che perdeva tempo fra gallerie e teatrini bevendo l’armonia seduttiva di immagini, parole, suoni ...
Ricordi il caffè letterario dove ci incontravamo, e l’eccitazione che ci prendeva: parlavamo... parlavamo, e i si dovrebbe, e i dobbiamo si rincorrevano frenetici perché sugli argomenti ci si stava poco.
L’insulto più feroce era di sentirci chiamare borghesi, anche se non ci era ben chiaro il significato, facevamo cose, che immaginavano stravaganti, per non meritarlo.Volevamo cambiare il mondo e non sapevamo cambiare nemmeno le nostre giornate.Sarà stata l’idea sconsiderata, che mettersi con un artista, potesse continuare a darmi, anche dopo la fine di quegli adolescenziali slanci, le trepidazioni che mi sembravano indispensabili per una vita degna di questo nome, che ti ho detto sì.È stato un inizio che non smetteva mai di iniziare, perché non c’era niente di più esitante, incerto, irresoluto, instabile, malsicuro nella trama del nostro sentire e del nostro sentirci.
E la fine... una fine che non smetteva mai di finire. Snervante labirintico tentativo di trovare scioglimenti, fino a quando un intervento esterno si è insinuato nell’ordine delle cose, piega imprevista, che ci ha tolto dall’incaglio, verso... un rilancio liberatorio

 

E rieccoci per caso: guardinghi, impacciati, a spiare sulle nostre facce i segni della decadenza e a interrogarci sul senso di quel gioco di incontri, che ha depositato tanta durezza fra le fratture della memoria.
Ironizzando goffamente, per l’incapacità di spingerci fuori da questa interrogazione urticante, non possiamo che contare su un sapienziale intervento, che affronti ciò che il passato ha lasciato senza risposta e lo disambigui nel nostro profilo Wikipedia

                                              C.P.

                         
 




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7 gennaio 2013

DIARIO ANIMALE

 

Lo sto scrivendo!... non voglio che mi  passi di mente

Questa è la prima pagina, perché è la prima volta che mi capita.

Sogno spesso, ma al risveglio faccio fatica a ricordare.  Ieri notte il sogno era così colorato e sostanziale che  lo rivivo con precisione    

Ero una scimmia: vivace, giovane.

Stavo dentro al corpo di un babbuino con  le mie facoltà umane intatte, non avevo preclusioni.

Potevo muovermi tranquillamente nella città, riuscivo a fare tutto quello che facevano gli altri.

Niente  imbarazzi, nessuno si sorprendeva della mia presenza. Non si scostavano quando mi avvicinavo, mi guardavano distratti senza meraviglia.

Se sedevo al ristorante mi offrivano l’elemosina del loro cibo.Io urlavo: non sono un mendicante, ho frequentato delle buone scuole, so sbrigare le mie faccende per benino.

Mi sembrava di parlare correttamente la loro lingua, io li capivo benissimo, come mai non rispondevano? Sentivo nel cervello la mia voce echeggiare chiara: le parole erano ben scandite,  possibile che nessuno volesse darmi retta...Che ragione c’era? ...

Mi convinsi che  un mistero avesse attraversato la mia vita, che in passato  qualcosa di incomprensibile di cui non conoscevo la natura. fosse intervenuto sconvolgendo il corso naturale degli eventi.

Cominciai a spremere la memoria fin dove arrivavano i miei flashback più lontani, senza risultato. Sembrava che tutto nella mia infanzia si fosse svolto normalmente. C’erano stati dei genitori che  non c’erano più, ero cresciuto con difficoltà ordinarie, di tutti.  Niente di speciale o di particolarmente doloroso.

Mi ero illuso di vivere una normalità inesistente? Avevo rimosso  il peggio per poter sopravvivere? 

Facevo dei test per venirne a capo...

In un impeto di malagrazia un giorno buio sono saltato alle spalle di un passante e l’ho scosso per registrarne le reazioni....mi ha staccato da sé con indifferenza, non c’era rancore nei suoi gesti, solo  sorpresa  stemperata in un  lieve sorriso.

Erano quei sorrisi di sufficienza che non mi davano pace, anche i gesti più sgradevoli finivano così. Non ero degno di nota... ignorato perché non sapevo mettermi in relazione con gli altri. L’oscuro segreto alla fine si rivelava, era questo il mio handicap, la terra d’esilio in cui sarei stato costretto a vivere?

Un’ombrosa corrispondenza sembra  stabilirsi fra ciò che ho vissuto stanotte e le mie sensazioni di adesso...

L’imprinting scimmiesco è rimasto. Il suo inquietante interrogativo, acquattato sotto la pelle sfrigola fastidiosamente: davvero non so mettermi in relazione con gli altri?

Può essere che, senza rendermene conto, abbia scavalcato i confini,  giù, fino alla plaga  del distacco, dove si sconta lo sbarramento dell’impenetrabilità e si è costretti a ricomporsi in  un’altra concretezza...

Per quanto scivoli all’indietro e più indietro ancora, fino all’ancoraggio primigenio, niente mi aiuta a ritagliarmi fuori dalla molestia  di un  pensiero che si stringe a trappola: non ho vie d’uscita!

Scrivo e riscrivo queste parole sul mio diario-lavagna, come si è costretti a fare da piccoli, per punizione, quando si devono riscattare le perverse banalità dei grandi.

Non ho vie d’uscita... non ho vie d’uscita...
                                                                       C.P.




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20 dicembre 2012

CONVINZIONI


Se vuoi convincermi...
Prepara una bella cenetta, senza complicati piatti esotici, amo la cucina mediterranea,mi ricorda le succose pietanze di mamma.
La tovaglia ha da essere di bucato, con qualche decoro fatto a mano, ben in tema con il resto.L’ambiente confortevole mobili  lucidati con cura, fiori e candele, poche lunghe eleganti  rosse, perché un po’ di colore ci sta bene, ma non quella banale esposizione di lumini cimiteriali, sparsi un po’ ovunque, che compare nei film.
Uno spolverio di note accattivanti e un buon profumo di cibo. Bada che non si mescoli al tuo che deve essere discretissimo e percepibile solo a distanza ravvicinata.
Quello che indosserai darà la misura di ciò che sei disposta a concedere, ma non esporti troppo, sarebbe controproducente, il giro è mio,  voglio giocarlo come mi pare senza distrazioni.
Tutto dovrà  dipanarsi all’insegna del riserbo.
Qualche parola buttata lì con leggerezza per stimolare il mio ego, osservazioni intelligenti quanto basta per farmi capire che tu apprezzi la mia intelligenza e la scioltezza delle mie argomentazioni.
Svolazzami intorno con grazia,  solletica senza parere la  ruota  di pavone che ho spiegata,  perchè mi esalta  lasciarmi sedurre. Lascia frullare un risatina ogni tanto lieve lieve come un punto esclamativo per sottolineare l’appagamento che ti offre la mia presenza.
Non tentare di ficcarmi in bocca il cibo con fare vezzoso: è volgare e poi non voglio atteggiamenti troppo confidenziali... Le bollicine ci stanno bene: qualche sorso appena per non perdere la lucidità e sciogliere le ultime riluttanze.

Metti in atto gli incantamenti antichi  dell’eterno femminino che porti nel fondo della memoria e ti hanno fatta arrivare a me con impenetrabile  convinzione.

Non voglio suggerirti altro: saper disporre il momento giusto per andare a segno è un’ arte... non è detto che tu riesca, ma puoi  provarci.
                                                        C.P.




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27 novembre 2012

UN POSTO

Potrei credere di averlo sognato se non fossi sicura di esserci stata...

L’ho visto una sola volta  durante un viaggio: una inaspettata sosta per prendere fiato prima di  ripartire,   ma so che  se ci tornassi mi riconoscerebbe. Ogni scintillio di rugiada, ogni  germoglio, era un'offerta   che apriva il contatto... sentivo che era vivo e mi corrispondeva con  bisbigli accoglienti.  Il nume sapiente dei luoghi mi aveva presa per mano fino a lì. Un posto di sorgenti perenni, dove si poteva sostare nudi di fronte alla nudità del cuore.
C’erano eleganze fiorite, arpeggi di rami... quando le fibre della mia privatezza  armoniosamente iniziarono a dipanarsi in reciprocità.
L’azzardo, che mai avevo osato, prendeva  forme inesplorate: smarrirsi fino al fondo intricato dell’essere, anche solo per una volta, in un fiotto incontenibile di convulsa purezza.

Avvinta  dall’ardore  di ciò che mi stava succedendo, costretta al confronto con la mia interiorità ingabbiata e restia, che  improvvisamente  si destava,  dovevo espandermi,  misurarmi con l'acutezza di  una suggestione che mi  svelava  intimamente, lasciando sulla pelle  marchiature  ineludibili. 

 
Mi riaffaccio alla coscienza  di  allora, a quegli attimi in cui la perdita di sé sembrava l’unico possibile esercizio per ritrovarsi,  e non sono stupita di quanto ho vissuto, immaginavo da tempo che i luoghi avessero un’anima... è stata una conferma.
                                                                              C.P.


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7 novembre 2012

LOST IN TRASLATION

 È sempre più snervante parlare con te, finirò col sottrarmi...

Quando stiamo discorrendo, chissà perché, ho  la sensazione di rivolgermi a un’estranea.  A volte mi guardi così stralunata che l’unica risorsa che trovo è di restituirti uno sguardo ancora più stralunato.Continuando così  avremo bisogno di un traduttore simultaneo o di trasfonderci   in un altrove che scassi l’opacità del  presente e ci  riconfiguri.

Non ricordo nemmeno più  a quando risalga il nostro primo contatto, forse ci confessavamo silenziosamente già nella pancia delle nostre madri che ci hanno partorite insieme.

Niente  è riuscito a dividerci in tanti anni di consapevolezze irrinunciabili: scuola amici lavoro famiglia, una rete di confidenze amicali nelle quali non sono mancati contrasti risentiti, spettegolamenti, che sono passati fra  l’intimità dei nostri rapporti senza trovare appigli inopportuni.

I fiori della fiducia venivano continuamente impollinati dal calore di rinnovate amorevolezze senza che  fossero richiesti  affaticamenti 

Possiamo continuare a vivere così la nostra storia, appoggiandoci solo ai trascorsi che ci hanno accomunate ?

È una domanda insidiosa che  pulsa alle tempie e disavvolge le trame del nostro percorso...C’erano le gite sui prati, fra  lo sbocciare di migliaia di corolle, colori, effluvi da far girare la testa  e la paura di sciupare l’incanto  con lo sgarbo dei nostri piedi. I primi fuochi d’artificio alla festa del patrono:  sobbalzi e urletti di meraviglia tenendoci per mano. Le esplosioni di vitalità di sera quando tentavamo di imprigionare lo splendore delle lucciole .

Avevo bisogno del  tuo entusiamo... delle incontenibili malinconie, fra fervori e abbandoni, quando riuscivamo ad uscire da noi stesse, esitando,  per raccontarci e sentirci in armonia.

C’è adesso una percezione di distacco,  un senso di incognito che mi trattiene.

Devo raggiungerti, al solito posto, alla solita ora!... e tento di  inventare un modo giusto per accoglierti.

Riconosco il tuo passo ... la figura è vicina, sciolta, familiare, un  sorriso acceso  come se portasse  novità: la  mano solleva una ciocca di capelli e si intravede un minuscolo apparecchio come uno strano gioiello inserito nell’orecchio.  

Che spalancamento imprevisto! Stiamo  di nuovo in contiguità e le ponderazioni che negli ultimi tempi mi hanno molestata sfumano via...

Ora,  potrei sentirmi delusa per non aver meritato l’ammissione di questo insignificante handicap o accettare il rincuorarsi di un percorso che era andato sfilacciandosi... opto, raggiante, per la seconda....
                                                C.P.

     Sweethart




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15 ottobre 2012

TELEFONATE

Non   posso continuare così...le tue telefonate a tutte le ore della notte, sono sfiancanti.

Mi alzo a pezzi, confusa,  sento infragilirsi la mia  integrità .

È vero,  le nostre conversazioni, hanno sempre avuto l'aspirazione a rievocare "immagini inimmaginabili, pensieri impensabili" era  uno scambio di  trame aperte sulle reciproche letture.

L’amore per la parola dei poeti, il piacere tumultuoso di  discutere delle preferenze  che ci  solleticavano,  gli entusiami giovanilili,  i ripensamenti,  le nuove scoperte,   accompagnavano costantemente la dinamica delle nostre riflessioni. 

Che conversatore brillante eri!... preparato a discutere di tutto senza preconcetti, con una lucidità  che ho sempre ammirato, ma da qualche tempo non ti riconosco più, qualcosa è successo...

Hai incontrato Hölderlin !

E ho sentito subito nella tua voce un eccitamento una frenesia di accenti che non conoscevo.

Non fai che leggermi e ripetermi ossessivamente le parole di questo grande poeta: “Essere uno con tutto ciò che vive!”:  sete romanticamente legata a un afflato di ricongiungimento panico alla natura che ti sta facendo perdere il senso della vita.

Amico mio, Iperione è un libro entusiasmante che apre l’anima all’universale.L’aspirazione  alla  piena bellezza che solo l’arte può offrire, avvolge il protagonista e lo rivivifica.

Per noi, costretti a stare in un mondo in cui ormai non si apprezza altra bellezza che quella conquistabile con il denaro, è un sorso  di energia, un  viatico ...

Capisco, credimi, come  il fascino di pensieri tanto alti, possa influenzarti e sono stata entusiasta di  parlarne con te a lungo.

Ora sono preoccupata, ho l’impressione che tu non riesca più a separare la vita reale dalle meditazioni profonde che Hölderlin propone. Sono suggestive e coinvolgenti te lo concedo, ma restano aspirazioni irraggiungibili,  frutto della sofferenza di un’anima che non riuscendo a trovare una collocazione nel mondo in cui vive si rifugia nel passato e si dissolve dinnanzi “all’immagine di un mondo eternamente uno”.

Atri poeti hanno avuto struggimenti e aspirazioni simili, li abbiamo conosciuti e amati insieme, ma questo non ci ha impedito di affrontare poi con coraggio, rigenerati dal piacere della lettura, le controversie che la nostra noiosissima giornata ci imponeva.

Credo che questo sia uno dei compiti della poesia: offrirci vertiginose trascendenze, impeto, intensità, forza d’animo, non per perderci ma per ritrovarci...

Al contrario tu ti adagi, ti annulli in elucubrazioni  languide che ti estraneano da ogni contatto positivo. Non mi va di seguirti lungo questa  rovinosa inclinazione verso un “...beato  divino oblio di sé...” ne mi interessa compiacermi nel suo distillato poetico.

Sentirmi chiamare Diotima, mi lusingherebbe solo se avessi la presunzione di prendermi sul serio...

A costo di sembrarti  insensibile intendo riguadagnare la tranquillità delle mie notti, minacciata da intrusioni inopportune che oltre a farmi perdere il sonno rischiano di farmi perdere il senno e ridurmi guardata a vista nella clausura di una torre

                                                                C.P.




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5 ottobre 2012

LA PARENTE POVERA

Ogni tanto la parente povera viene generosamente invitata nella casa al mare...

Il pretesto è di farla divagare. In realtà si tratta solo di avere un testimone che si entusiasmi ai cambiamenti che la casuzza  ha subito negli ultimi tempi e faccia eco stupita alla rappresentazione di ogni insipida vicessitudine capitata durante i lavori  migliorativi. I toni sono sempre un po’ sopra le righe, l’esposizione atta a mettere in luce il gusto dei padroni di casa e suscitare rodimenti  competitivi.

La parente povera controlla il suo imbarazzo, sorride  poco partecipativa e tira avanti ...

È un tipo helpfull, così l’aveva definita  la sua   land lady, durante un soggiorno di studio in Inghilterra e non ha perso il vizio  di voler dare una mano: una caratteristica che può fare comodo.

Si illude  che lo stretto grado di parentela le permetta una certa confidenza e anche se non si aspetta  fuochi di artificio o tappeti rossi, una buona cordialità  l’ha messa in conto.

Tenta di far valere qualche sua esigenza, ma è subito chiaro che gli ospiti non sopportano nemmeno la più discreta partecipazione al loro menage...

La parente povera, ha dalla sua un buon intuito e dispone ancora di qualche barlume di intelletto. Conosce da lungo tempo chi la ospita,  ed è  allenata a captarne i prevedibilissimi  intendimenti... Un esercizio utile per neutralizzare con nonchalance  sorrisetti di sufficienza,   commenti scostanti, frecciatine che fanno eco velenosa alle sue osservazioni o  per  evitare   iniziative che non rientrino nei programmi stabiliti  dalla padrona di casa.

Senza discussioni inutili, che avrebbero  un riverbero destabilizzante  fra la banalità dei pettegolezzi da ombrellone, resta il tempo previsto, pensando che dopo tutto  ha affrontato battaglie più dure e anche questa passerà....

Quello che maggiormente la sorprende è constatare momento per momento che le parti sembrano invertirsi, si rende conto che tutti i tentativi di farla sentire a disagio non dipendono solo da ottusità ma anche da una invidiuzza maligna...

Incredibile!  

Cosa può mai avere di invidiabile una parente povera? La sua povertà è un fatto.... e allora come mai non desidera quello che hanno loro e con tanta boria sciorinano?

Dovrebbe metterli al corrente, perché ancora non se ne sono accorti, che nel suo zainetto sdrucito c’è nascosto un talismano.

Una incommensurabile splendente presenza apotropaica in forma di  garbuglio di parole, che quando si aggregano, raggiungendo un senso compiuto, sono tanto efficaci da preservarla  dalla balordaggine degli stronzi.

                                    C.P.

  




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27 giugno 2012

LUCREZIA



Bronzino -
Lucrezia Panciatichi

 

La gita a Firenze era stata programmata da tempo...ma era un rimando continuo con giustificazioni poco giustificabili.

Mio padre era fatto così: entusiasmi improvvisi e cadute di umore difficili da prevedere.

Quando il giorno giusto arrivò, volle parlarmi di Lucrezia, una fanciulla - così la definiva - di cui si era invaghito da adolescente, durante una gita scolastica.

Dopo tanti anni ci teneva a  farmela incontrare.

Mi conosceva bene! Sapeva  quanto mi stuzzicasse il suo passato.

Morivo dalla voglia di ficcanasare in questa faccenda privata.

Non feci domande, adoravo il pizzico di mistero che gli piaceva  spruzzare nelle sue decisioni e abbozzai, come se fosse la cosa più naturale.

L’appuntamento era agli Uffizi. Mi aspettavo una signora non più giovane, tranquilla, con  tracce di un’antica bellezza... arrivai davanti a Lei seguendo. mio padre.

Ed eccola: Lucrezia Panciatichi, abbagliante nella sua incorruttibile bellezza.

Sbalordita lo ascoltai.

Le sue sensazioni giovanili risalirono vibranti e frammentarie,  un ribollire disordinato fino alle labbra, che si mescolava alle reminiscenze di quanto aveva ascoltato su di lei nella erudita presentazione che ne aveva fatto l'insegnante di storia dell’arte: donna di ghiaccio e di opale... viso d'una purezza che non ha riscontri... acconciatura preziosa... bocca immota... la testa come un fiore chiuso di magnolia sul candore del collo....

Dopo una pausa, la voce eccitata proseguì sull'onda di flashback fragranti che il tempo non aveva offuscato ... corpo raccolto entro splendori ideali... frattura fra oggetto e rappresentazione che di continuo sposta l'accento su un ulteriore traguardo trasferendo ogni attributo naturale del mondo riproducibile verso altre specificità super-naturali... fino a toccare un vertice inarrivabile di siderale immutabilità...  non c'è bellezza che accanto a lei non debba ritrarsi cedendole la palma della più bella....

L’aura perturbante che solo un capolavoro riesce a spandere intorno a sè, mi lasciò stordita, avvinta e placata come se l’intenso nonsocosa dei miei desideri fosse stato esaudito e improvvisamente ogni negativo disperdesse  le sue connotazioni malefiche per tramite della bellezza...

Non seppi  cosa aggiungere, la forza evocativa della memoria, uscita da sè stessa,  era arrivata fino a me smuovendo e incanalando  un’esperienza  a lungo trattenuta...

Confusa abbracciai quell’uomo - anche se conoscevo bene la sua orsaggine - che aveva saputo coltivare tanto a lungo la tenerezza di un ricordo per passarmelo ancora intatto...

                           C.P.




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18 maggio 2012

UN RITRATTO

Te ne sei andata lasciandomi le chiavi di casa...Quando tornerai? ...non c’è stata risposta.

Mentre  aspetto penserò al ritratto che mi piacerebbe farti .

Non so usare tela e colori,  conosco solo qualche “storta sillaba”  e dovrò farmela bastare. Frugherò fra le tue cose in cerca di ciò che non hai  voluto farmi conoscere... e saprò darti  un’immagine di piccoli vocaboli, stretti stretti fra loro come pixel, da mettere incorniciata, vicino alle altre sulla tua cassapanca.

Dovrò affinare fino all’impossibile le mie risorse, scovando fra ciò che hai lasciato, i segni minimi della tua vita intima... il cantuccio ben protetto dove hai intrappolato i  sogni impraticabili e il profumo di quelli che porti con te nella speranza che si realizzino.

Sì lo sapevi, eri certa  che mi sarebbe stato impossibile scamparla, questa casa rischia di incatenarmi, trattenendomi con la più confidenziale e segreta delle offerte: l’abbraccio del suo silenzio, lo stesso che ci avvolgeva quando non sapevamo intenderci.

Sarà un continuo invito a scendere sempre più in fondo, nel pozzo della  sua anima, fatta di ciò che hai toccato: gli specchi che ti hanno riflessa, i libri che hai sfogliato e amato, i tessuti che hanno accolto il tuo corpo nella riservatezza del buio,  sembra una congiura a interpretare, chiarire, annotare, decifrare, svelare i sommovimenti della tua energia biologica... un ritratto non può che essere questo...

 

Mi piacerà proporlo solo per alternanza  di sfumature, in cui l’intensità dell’una si nutra di quella dell’altra per risostanziarsi  nell’eloquenza incisiva dello sguardo.

Se potessi, vorrei avere a disposizione il tuo fulgido intuito che captava  quel che avrei pensato prima ancora che lo pensassi e  si sottraeva per lasciarmi dire...

Mi siedo alla tua scrivania con un foglio bianco e incomincio a delinearti...

                                                                      C.P.

Astor Piazzola - Parfume de mujer




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30 aprile 2012

SENZA NESSUNA RAGIONE

In questi paesaggi l’anima vaga,

sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,

a sé stessa estranea, inafferrabile,

ora certa, ora incerta della propria esistenza,

mentre il corpo c’è, c’è e c’è

e non trova riparo”    Wislawa Szymborska

 

Il mio vecchio corpo c’è... e - senza nessuna ragione - si ingegna e si incaponisce nel fare le stesse cose a cui da sempre è stato allenato.

È un corpo che si  guarda intorno...

Cammina e si distende, prende in mano gli oggetti, li controlla nell’abbaglio della luce e li usa con  la solita sollecitudine.

Nei momenti  di benessere veleggia fra i vicoli della  città come un nostalgico flâneur lasciandosi condurre in posti dove le  memorie rinverdiscono e salvano dalla dispersione.

Ha imparato ad ascoltare, non sempre con benevolenza,  a volte, quando non è d’accordo e aspira alla quiete, tenta di  capovolgere le situazioni con  risultati impropri.

Deve spesso   riconoscere la sproporzione delle proprie forze  di fronte a compiti pesanti e ha  dalla sua solo l’energia delle esperienze vissute: viatico insostituibile  a cui chiedere soccorso per non sottrarsi alle ineludibili responsabilità

Non si è mai piaciuto troppo e inutilmente pretenderebbe di scomparire almeno per un po’,  tanto per riprendere fiato... ma è un corpo attivo che  continua ad assorbire ciò che gli passa accanto e  conserva  risorse per disporre l’ordine nelle sue cose.

Il suo psicoterapeuta lo mette continuamente in guardia.  

Il  bisogno pressante di  criteri   sistematici  non è  buon segno, è una spia  di inadeguatezza, un chiaro sintomo di scarsa fiducia in sé...

Non è il caso di scalfire la convinta professionalità di tali interventi, ma sembra arrivato il momento di fargli prendere nota che  un vecchio corpo  pian pianino può adeguarsi bene persino all’inadeguatezza.

Senza nessuna ragione qualcun altro  gli ripete che è finito il tempo per fare questo o quello... che deve disporsi alla rinuncia se non vuole essere tacciato di vigorie sconsiderate e inutilmente competitive.Sarebbe un azzardo chiedergli di mettere in campo qualche buon motivo per controbattere queste illogiche animosità; potrebbe  prospettare - senza nessuna ragione - l’unica insopprimibile esigenza che costantemente  lo affianca:  abbandonarsi con premura dentro le cose che fa, per sentirsi vivere.

                                                                        C.P.

 

 

Tico-tico




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13 aprile 2012

ASTORIA

Senza regolarità e senza preavviso, il sibilo della sirena di pericolo strisciava fra  i viali a raggiera di Metalvil...

L’allerta durava il tempo necessario per spurgare dagli sfiatatoi i gas venefici dell’altoforno ipogeo in cui venivano fusi i metalli..

Benchè l’Amministrazione Aziendale avesse fornito gratuitamente, con grande generosità, un rilevatore di gas a ogni capofamiglia, gli incidenti non accennavano a diminuire. 

Astoria  diede un’occhiata fuori: gli abitanti stavano rientrando in fretta nelle case o si  infilavano nei rifugi attrezzati per l’emergenza.

Si precipitò a richiamare  il piccolo Gio, che rispose dal suo cubo-giochi trasparente.

Tranquillizzata, azionò il sistema di sicurezza che sigillava ermeticamente tutte le aperture della casa.

Conosceva bene le conseguenze dell’esposizione ai gas metallici, per aver vissuto  un’esperienza dolorosa.

Solo in casa, Abel suo marito, stava dormicchiando sulla poltrona, non ce la fece a chiudere in tempo tutti i varchi e fu investito  dal gas.

I primi sintomi dell’intossicazione si manifestarono subito: non riusciva più a controllare i movimenti. L’alterazione degli impulsi cerebrali gli impedediva di trovare una posizione di quiete, era una sorta di snaturamento spastico  che colpiva  tendini e articolazioni.

Venne curato con sollecitudine presso il reparto speciale per grandi intossicati, e questi disturbi  nel giro di qualche tempo cessarono.

Fu durante la convalescenza che si manifestarono quei  comportamenti allarmanti che resero necessario il suo allontanamento forzato da casa.

All’inizio solo piccole crudeltà gratuite alle quali Astoria cercò di non dare importanza. Amava il marito, lo conosceva fin da quando erano ragazzi e  immaginare un'alterazione tanto pericolosa del suo carattere le riusciva insostenibile.

Dovette arrendersi  quando gli  atteggiamenti violenti  e ingiustificati si  fecero sempre più numerosi e misero in pericolo anche l’incolumità del piccolo Gio.

Gli attacchi lo prendevano all’improvviso: la sua furia devastatrice si abbatteva senza controllo su oggetti e persone. Si riaveva poi repentinamente, esausto e quasi incosciente, incapace di darsi ragione di quanto era avvenuto.

Imprigionato in un autismo impossibile da scalfire, perso in  sè stesso, Abel  finì per manifestarsi solo in esplosivi accessi  ciechi e brutali.

Era come se l’essenza  della malvagità più oscura, che si trattiene in sonno nel profondo del nostro temperamento, per ragioni imponderabili,  riemergesse spingendolo a guastare anche le trame d’amore che aveva  intrecciato intorno alla sua vita...

L’affetto e la dedizione di Astoria non bastarono  a sorreggerlo e non bastarono i tentativi di cura degli specialisti, non fu possibile fare nulla per alleviare la sua condizione disperata.

Non rimase che isolarlo...

Astoria si ritrovò gravata da compiti educativi ed economici  che non aveva mai affrontato: sola contro la fatica di vivere con l‘angoscia continua che qualcosa di simile potesse accadere anche al suo bambino.

Il cessato allarme la sviò dall’evocazione di quei  momenti laceranti.

Con gli occhi ancora lucidi sbloccò i passaggi.

Prese la mano del piccolo Gio, lo portò a sedere sul prato di plastica verde dietro casa e se lo strinse vicino: voleva finire di raccontargli “la favola bella” di un mondo perduto nello spazio e nel tempo... dove l’erba era fresca e le finestre si potevano lasciare aperte..
                                                                                              C.P.




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12 marzo 2012

RIPENSAMENTI...

Cosa cerchi di dirmi? Tutto raggrinzito, ripudiato, ficcato in un angolo...

Li sento i tuoi crepitii leggeri come di ossa infragilite che tentano di commuovermi.

Datti pace, quel che c’è scritto sulla tua faccia non mi convince più e per adesso almeno ti tengo alla larga.

È chiaro che sei infastidito dalla piega che sta prendendo il nostro rapporto, tento di capirti e non me la sento di darti torto.

L’incontro prometteva scintille, ci sentivamo fatti l’uno per l’altra, c’era una bella coesione di intenti, ma  ho cambiato idea.

Vuoi che mi giustifichi, che ti chieda scusa?...questo ti farebbe sentire meglio: va bene lo faccio. Perdona la mia leggerezza non ho riflettuto abbastanza prima di esprimermi. Del resto ormai dovresti conoscermi, mi capitano anche troppo spesso questi ripensamenti, non so fare ordine nelle mie contraddizioni, sono preda di una oscillante indeterminatezza e credimi anch’io fatico a tollerarmi.

C’è un continuo andirivieni nella mia testa di intenzioni, proponimenti, mire troppo alti per le mie forze e la ricerca di un equilibrio entro cui collocarmi per tirare avanti. mi guasta.

So che questo non giustifica il mio essere sgarbata e intransigente nei tuoi confronti ... me la prendo con te perché sei l’unica cosa che ho a portata di mano...

Non volermene cartoccetto mio, non spazientirti, non ti è andata poi così male, come vedi non sei finito nello scomparto della raccolta differenziata. Ti tengo lì in disparte, un po’ strapazzato ma ancora utilizzabile e non posso escludere che più avanti, quando la visione che vorrei riuscire a completare sarà  meglio delineata non venga a raccoglierti.

Mi accoccolerò nell’angolo vicino a te, spianerò le grinze che nell’attimo di nervosiamo ho prodotto sulla tua superficie e ti hanno fatto patire, rileggerò le parole che avevo scritto e che tu conservi... chissà che il passaggio del tempo non le abbia rese più assolute, più incisive, dotate di sulfurea introspezione, adatte a essere  utilizzate di nuovo, magari per qualcosa che allora non aveva posto nelle mie intenzioni e ora, senza un  perché,  sembra che possa essere riconsiderata.

Non vale fare promesse, nè offrirti garanzie, siamo tenuti a imparare l’arte di perderci,  ma anche quella di ritrovarci... non importa quando.

                                                                       C.P.

 

 

Il quartetto Cetra - Ma le voleva bene




permalink | inviato da specchio il 12/3/2012 alle 17:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


2 marzo 2012

IL CRITICO CITAZIONISTA

Tirarlo su in batteria dava risultati poco remunerativi: non si riusciva a fargli prendere peso e il sapore delle sue carni restava scarsamente appetibile.

Dopo qualche tentativo mal riuscito, gli allevatori si resero conto che per fargli acquisire  le caratteristiche organolettiche ideali e  portarlo a un  punto di maturazione consono alla sua  profittevole esibizione in società, necessitava di attenzioni speciali.

Fu necessario segregarlo in luoghi circoscritti, cambiando ogni tanto le destinazioni dopo che si fosse adeguatamente saziato, esaurendo  le risorse presenti in loco.

Erano vecchi depositi di libri, canoniche in disuso, magazzini abbandonati dove si accumulavano volumi e volumi pronti per il macero...

A volte veniva portato in qualche meravigliosa antica biblioteca per testarne le reazioni, ma di fronte ai suoi improvvisi cali ponderali l’esperimento doveva essere sospeso.

Le sue esigenze erano ormai ben delineate: si nutriva di frasi fatte, vecchi proverbi, slogan demenziali, battute obsolete, motti cervellotici, freddure ormai in disuso, massime insulse, facezie da bar, arguzie insensate...che rintracciava  compulsando le logore pagine  che gli capitavano sottomano ed estraendone ciò che sarebbe stato funzionale alle aspettative   dell’ambiente che lo avrebbe accolto.

E  venne il  tempo in cui fu ritenuto maturo.

I responsabili della sua  formazione lo lasciarono libero di andare per il mondo a esercitare il mestiere per cui era stato preparato: valutare le caratteristiche di gusto e qualità del lavoro degli altri....

In ogni società servono personalità raffinate ed avvertite da adibire alla valutazione delle attività umane: i critici!

Il Nostro, grazie alla sua alimentazione specialistica, era  adattissimo alla bisogna. Fornito di una copiosa messe di perizie poteva discettare argomentando con scioltezza sui temi più svariati.

Non aveva nessun bisogno di riflettere o ripensare, di soppesare con cognizione di causa, gli bastava frugare nel serbaoio di banalità che l’avevano nutrito nell’era della sua educazione  per avere a portata di memoria tutto ciò che gli serviva.

Nella vasta plaga  in cui  dispiegava la sua funzione  incominciò ad avere grande successo.

Infarciva i suoi scritti  di richiami  puntuali tratti dall’enorme messe di enunciati a cui aveva potuto attingere, non c’era necessità di esprimere idee proprie,  gli bastava appoggiarsi con sicurezza a quelle degli altri.

Era impossibile sfuggire  ai petulanti interventi che  comparivano a disturbare la tranquillità di chiunque svolgesse attività creative.

I media  si contendevano la complicità dei suoi elaborati e lui criticava e... criticava con entusiasmo e fervore. 

 

Fu dopo qualche tempo dalla comparsa in società di questo esemplare, che casualmente un medico, brillante studioso, esaminando i suoi tabulati statistici, constatò un incremento allarmante nell'uso di psicofarmaci fra gli artisti.

Incuriosito dall'insolita rilevazione, sguinzagliò il più discreto fra i suoi collaboratori perchè intervistasse, con tatto, qualche rappresentante della categoria .

Nonostante fossero state messe in atto tutte le cautele possibili, nessuno degli interpellati ebbe la forza di dichiarare le motivazioni che l'avevano portato a tale dipendenza.

Non potendo dimostrare la validità della ricerca, consapevole  che la sola forza dell'intuizione non sarebbe bastata a sostenere una tesi facilmente confutabile, il povero ricercatore deluso e preoccupato per il proprio credito professionale, fece sparire ogni traccia di documentazione e dell'indagine non se ne seppe più nulla...

                                                                      C.P.  

 

 

  Lucio Dalla - Anche se il tempo passa (Amore)




permalink | inviato da specchio il 2/3/2012 alle 11:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa


15 febbraio 2012

FILASTROCCA DELLE BUCCE

 Sbucciare la mela era un lavoro da esperti. Sarebbe stato troppo semplice tagliarla in quattro parti,  infilarle nella forchetta e  togliere il superfluo.

Volevo ottenere una buccia  a spirale perfetta da poter unire come se dentro ci fosse ancora la polpa... l’avevo visto fare in un film. 

Le mie zampette non erano pronte per lavori di fino, troppo piccole  forse  o i coltelli troppo grandi. Ho dovuto aspettare che le due cose si equilibrassero ma quando ho potuto presentare orgogliosamente ai grandi il mio primo esercizio ben riuscito, nessuno ci ha fatto caso.

 

 La buccia del pomodoro suscitava discussioni in cucina, anzi di più, c’erano due vere e proprie scuole di pensiero fra mia madre, convinta che il pomodoro per il sugo dovesse essere sbucciato, per evitare il fastidio delle pellicine nel piatto e la nonna paterna che  invece lo usava con la buccia perché secondo lei così manteneva tutte le sue proprietà di sapore e sostanza intatte.

Quanto a me: la pasta rossa non era la mia preferita, non la schifavo ma cercavo di scartare il più possibile il rosso.Mia madre fingeva di niente e continuava a propormela.

Non a caso,  piano piano il mio gusto è cambiato.

Grazie alla caparbietà di mia madre adesso mi faccio volentieri un invitante piatto di pasta profumato di basilico.

Essere   cocciuti a volte è decisamente produttivo e per questo non posso che essere grata. a chi non ha preso troppo sul serio le mie bizze infantili...

 

Sarebbe appropriato, come tradizione vuole nelle affabulazioni, offrire un  esito di sapore caramelloso. Non mi sottraggo:  scelgo l’anima zuccherina della banana e per attenuare il rischio di picchi glicemici - osando  qualche briciolo di trasgressione, perché la  vitalità non si offuschi - inietto una punta di amarezza maligna con l’insidia della sua buccia,  sulla quale tutti  abbiamo una gran paura di scivolare.

                                       C.P.




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6 febbraio 2012

FILASTROCCA DELLE BUCCE

Un bel giorno accanto a me è comparso “Pinocchio”, racconto straordinario...  avventura di formazione,  in cui l’antieroe robottizzato pigro e trasgressivo  non ha voglia di abituarsi  ai rituali umani  e solo alla fine si rende conto che per essere amati basta solo adeguarsi... Sono stata felice di avere qualcosa di nuovo da leggere, che mi sarebbe durato per un po’.

Mi era proprio piaciuto, anche se molte cose non sapevo cosa significassero, fra quelle che avevo capito c’era la faccenda della fame esemplificata nell’episodio delle pere: Pinocchio prima sbuccia le pere e poi mangia anche le bucce, doveva avere una gran fame, a me non era mai capitato niente di simile. Mi avevano spiegato che avere sufficiente cibo a disposizione era una fortuna e non avevo fatto fatica a crederci.

 

Nella mia famiglia le patate avevano un posto di rilievo. Piacevano a tutti e si cucinavano in moltissimi modi. Io avevo una passione per quelle fritte:  calde, croccanti  e dorate, che si scioglievano in bocca, avrei vissuto solo di quelle.

Il rapporto con questo delizioso alimento, che fino ad allora, avevo conosciuto solo già pronto in padella, cambiò quando venne il tempo della mia iniziazione alle arti culinarie. Ho incominciato dal basso... come si conviene ad ogni apprendista: pelando patate.Ero convinta che fosse una cosa semplice, l’avevo visto fare tante volte con disinvoltura, ma non fu così.

Allenare la mano a togliere uno strato sottile, per non sprecare, fu faticoso. La tentazione era di menare colpi decisi e ridurre  risolutamente le dimensioni del tubero.

Ho imparato!

Adesso mondo le mie patate con cognizione lasciando dei rifuti sottilissimi. So che ci sono delle ricette che insegnano a riciclare anche quelli, ma è un’idea che non mi piace.

                                Continua...

                                                                                                                C.P.




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30 gennaio 2012

FILASTROCCA DELLE BUCCE

In una filastrocca bucciosa, alimentata dal pathos delle inesauribili piccole cose in cui le narrazioni restano impigliate, probabilmente si troverebbero a loro agio anche altri vegetali.

Ma questi  sono venuti a pungolarmi. Hanno fatto capolino sull’uscio del passato con la loro voglia di essere sprigionatii dalle celle segrete in cui il tempo della memoria li  aveva  esiliati...

 

Non ho bisogno di socchiudere gli occhi  o di concentrarmi,  mi basta intravedere la presenza dorata dei mandarini perché  subito nell’aria torni a volteggiare il profumo antico, aspro e persistente delle loro bucce che mi avevano insegnato a far sfrigolare sui cerchi arroventati della stufa a legna. E la stanza si riempiva, piano piano di questo aroma festoso che aveva bisogno di essere continuamente alimenato  da nuova materia prima per non perdere la sua intensità e noi ragazzi  la fornivamo con entusiasmo...

Una  ingenua abitudine che  nei  quartierini tecnologici in cui adesso stiamo stipati è impossibile  da  rivivere.

 

Con le arance il rituale era un po’ diverso: bisognava guadagnarsi il piacere  di veder comparire  gli spicchi.  Succedeva solo a tavola.

Si procedeva  cautamente alla   spartizione della buccia  in varie sezioni  per staccarla. Bastava tenere a bada la fretta e non essere troppo maldestri per farne comparire qualcosa di simile ad un grosso fiore con i petali.aperti  su un cuore biondo.

Il premio era doppio: avevamo imparato a star bene a tavola e potevamo  goderci la dolcezza del succo. Peccato che questa oasi di bon-ton avesse vita breve...appena fuori dalla portata degli educatori ci  divertivamo a strizzare le bucce sprayandoci  negli occhi il loro umore urticante e il gioco finiva in lacrime.
                      Continua...                                                     C.P.




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3 gennaio 2012

CI RITROVIAMO...

 ...interdisciplinari, interfacciati, interconnessi o solo interrotti?
Le situazioni ci passano accanto, ci sovrastano, si fanno gesto occasionale.
Le nostre vite sembrano dei blob, saltano da un momento all’altro, da una circostanza all’altra con un filo conduttore così esile che non riusciamo nemmeno a percepirlo.
Manchiamo ormai della conseguenzialità: ogni azione risulta sganciata dalle precedenti e dalle successive, senza che un flusso fondante ci attraversi per motivarle.
Questo vuol dire che dobbiamo abbandonare la possibilità di collocarci nella logica progressione temporale di una storia soggettiva o comune?
E non abbiamo più gli strumenti per analizzare le nostre azioni in termini di cause ed effetti... la parola responsabilità deve essere bandita?
Le ultime riflessioni dei filosofi ci offrono un pensiero debole.
Già la scelta di questo aggettivo per definire il pensiero è indicativa della difficoltà di approfondire in modo sistematico se non definitivo l’esperienza della verità, che viene proposta, non come tratto “forte” di cui appropriarsi “ma come orizzonte e sfondo entro il quale ci si muove”.
Ci muoviamo dunque, il dinamismo, la velocità come caratteristiche proprie del nostro tempo, condizionano i fatti personali e sociali. Noi scorriamo e corriamo dentro un orizzonte mutevole che muta insieme a noi.
Ogni azione viene sollecitata dall’incalzare di quella successiva, tutto si agita senza che appaiano mutazioni sensibili.
E’ possibile che da questo convulso procedere di scambi e di baratti emotivi sgorghi una nuova ricchezza?
La fonte attiva del rinnovamento riuscirà a galleggiare al disopra dei processi conflittuali che ci aggrediscono offrendo a un’intelligenza, ancora ignota, l’intento di guidare i nostri passi?
Tante domande... nessuna certezza.
Il senso dell’erranza, dell’immersione continua in un’attualità apparentemente senza prospettive fa paura. La sfida è riuscire ad accoglierlo come sorgente diversificante... fiammante copiosità a cui attingere.
Resta un’attesa: che le nostre risorse genetiche elaborino un nuovo sistema di adattamento molteplice e poliedrico che ci permetta di analizzare e riconoscere la condizione post-moderna “come campo di possibilità e non la pensi solo come l’inferno della negazione dell’umano”.
                                                                                               C.P.




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19 dicembre 2011

SPRECHI

 

Ero insofferente, pestavo i piedi, tentavo di ribellarmi, ma ho imparato fin da piccola a raccogliere anche l’ultima briciola  dal mio piatto, prima di alzarmi da tavola... la bisnonna  lo esigeva con fermezza.

Potenza dell’abitudine: adesso faccio persino la scarpetta...Lo so,  non è un gesto elegante e almeno in pubblico si dovrebbe evitarlo. Ma quando sono in privato lo faccio, anche perché dopo un colloquio confidenziale con la mia lavastoviglie ho saputo del particolare apprezzamento che riserva agli oggetti messi a sciacquare senza residui viscosi, letali  al suo sistema circolatorio.

L’insofferenza mi è rimasta. ma ha virato al contrario. Non sopporto le porzioni traboccanti che propongono i ristoratori, sono costretta a lasciare nel piatto un residuo desolante ... e peggio sarebbe per la mia incolumità se lo consumassi tutto solo perché l’ho pagato.
Nei nostri ristoranti  non è abbastanza diffusa l'abitudine di offrire una doggy-bag ai clienti risparmiosi che vogliono portarsi a casa gli avanzi del pranzo.



Ma il più vergognoso degli sprechi di cibo l’ho incontrato sulle navi da crociera.

  non ci si sazia mai!

Non bastano i pranzi, le cene tracimanti servite nei saloni di rappresentanza, ogni angolo della nave é inzeppato da fantasiosi allestimenti dove occhieggiano stuzzichini, tramezzini, crostini, pasticcini, bocconcini che con quei   nomi declinati al diminutivo sembrano niente  ma sono un concentrato di calorie e se poi per ingurgitare meglio si  approfitta  dei beveroni colorati  l’attentato alla linea e alla salute è completo.

In queste circostante sono presa da un brivido di prepotenza, cerco di controllarmi ma vorrei strappare il microfono al primo  animatore che mi trovo a tiro per diffondere il mio   disappunto.

Non ne ho il diritto,  e  non mi sono mai permessa di farlo.

Quello che continuo a chiedermi è il motivo: c’è un vuoto da colmare?

Può darsi,  nessuno di quelli  a cui l’ho chiesto ha saputo rispondere e anche gli esperti offrono diagnosi poco convincenti.

Ripensando a  questa esperienza...  è solo uno degli anelli di una catena di sprechi che gravitano intorno alle nostre giornate. Basterebbe  aprire gli sportelli dei frigoriferi, controllare le dipense, gli armadi, le stanze stipate di oggetti inutili  con qualche distacco, per rendersi conto di quanto c’è di superfluo  e pretenzioso nelle riserve che custodiamo con orgoliosa supponenza.

Mi viene  da immaginare che tanti eccessi siano solo il riflesso di una  faccenda legata ad altri sperperi... di gran lunga più maligni e insidiosi che si infiltrano in tutte le fibre delle nostre organizzazioni sociali.

Nessuno di noi si sente  ben collocato: sembra che ogni inclinazione, passione, vocazione, disposizione,  preferenza debba essere   messa da parte per orientare le scelte verso esigenze che non tengano in nessuno conto il singolo individuo ma unicamente le norme, le consuetudini e le occorrenze della comunità.

Una castrazione imposta da canoni  che la nostra organizzazione collettiva sempre più intricata e macchinosa  prescrive, che ci sovrastano con la forza delle loro richieste oppressive....

È possibile ipotizzare una comunità  tanto  equilibrata e consapevole da permettere. ai propri componenti di accarezzare aspirazioni e anche di più, che queste abbiano qualche occasione  per  concretizzarsi?

A volte succede, ma per la maggior parte di noi è un’utopia...

La costrizione a fare cose per le quali non abbiamo alcuna attitudine ed eseguiamo con faticosa buona volontà spesso con dilettantismo e imperizia, per non dire di peggio, non è il più pericoloso e crudele degli sprechi?

Rovinoso per l’infelicità che produce ai singoli, forzati a sostituire con surrogati di compensazione la penuria di appagamento, fatale e letale per una società cinica che  ha perso stile e  disimpara a germogliare e maturare pretendendo il meglio da chi la sostiene e la vive. 
                                                                                                         C.P.




permalink | inviato da specchio il 19/12/2011 alle 16:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (26) | Versione per la stampa


11 dicembre 2011

LE DITA DELLA MANO

Io, mignolo 

Con la scusa che sono il più minuscolo non sono considerato come mi piacerebbe.
Riconosco di non avere una struttura da colosso, ma anzi proprio per questo, ho le mie peculiarità.
Le occasioni che si presentano per offrire prestazioni confacenti alle mie dimensioni non sono molte. È appunto in queste circostanze che posso farmi valere: cerco di essere preciso, sollecito e posso dire, senza falsa modestia, che le cose mi vengono piuttosto bene.
Faccio di tutto per dimostrare che la mia presenza non è priva di efficacia e mi piacerebbe partecipare attivamente insieme agli altri alle realtà operative a cui si dedicano
Sono sottile e quando c’è la necessità di intrufolarsi in un piccolo pertugio chi meglio di me può farlo?
Devo confessare, con rammarico, a questo proposito che quando qualche umano sconsiderato fa crescere la mia unghia a mo’ di uncino per usarla a scopi che definire disgustosi è troppo poco, l’unica soluzione sarebbe avere a disposizione il conforto di una tasca dentro cui imboscarsi.
C’è anche un’altra cosetta che mi disturba più di quanto vorrei: quando pollice, medio e anulare si alleano strettamente lasciando indice e me sporgere in un atteggiamento sconcio e disdicevole; ho provato a ribellarmi irrigidendomi, . ma vengo preso da crampi dolorosissimi che mi scoraggiano dal seguitare in queste iniziative.
A volte penso a come sarebbe la mia vita se fossi più grande e alle opportunità maggiori di cui disporrei; ma no, non vale la pena di farsi prendere dalla malinconia. Sono convinto che esserci faccia bene all’estetica della mano, io la completo e se non ci fossi mancherebbe la grazia.
E poi che dire di quelle circostanze in cui la mia presenza, offre alle signore l’opportunità di far notare quanto sono chiccose. Nell’intimità complice delle confidenze fra amiche per il tè, mi sollevano graziosamente mentre reggono la tazza, allora sento di aver contribuito a rendere più garbati e armoniosi i rapporti umani ...vi pare poco?...

                                                                    C.P.




permalink | inviato da specchio il 11/12/2011 alle 11:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa
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