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SPECCHIO
* L'artista sarà tanto più perfetto quanto più in lui saranno separati l'uomo che soffre e la mente che crea; e tanto più perfettamente la mente assimilerà e rielaborerà le passioni che sono il suo elemento* (T.S.Eliot)


INTERNECTASIE


3 settembre 2012

QUELLA IMPERFEZIONE

 Succede che il corpo abbia bisogno di evadere dalla disciplina delle limitazioni previste, di slegare le sue fantasie...

 Quando l’aroma volatile delle parole  resta sospeso, per timore che  la voce dica gli intenti e ci si sforza di nascondere ciò che potrebbe apparire indelicato  o fuori luogo è allora che l’imperfezione non riesce più a sottrarsi e buca il suo passaggio. È l’occasione per catturare anomalie involontarie, vaghe solleticanti aperture offerte  all’evidenza...

La mia curiosità  resta sedotta da inadeguatezze impercettibili,  dismorfismi lievi dei tratti del viso e del corpo, tic poco vistosi, spasmi muscolari involontari che si lasciano scoprire nei momenti imbarazzati.

 Il saettare di uno sguardo... le palpebre abbassate, sopraffatte dall’esitazione... l’accavallarsi delle ginocchia... un piede che si struscia irritato... l’occhiata impaziente all’orologio... il pulsare inebriante e aggressivo di una vena sulla tempia... l’impiccio disagiato dalle mani che si muovono nella calma controllata o nel nervosismo,  si rivelano indicatori inequivocabili.  Mettono a nudo derive di indisciplina, incrinature, crepe, fenditure minime da cui sgorgano  stille di autenticità, spie che il corpo espone per rivelarsi a dispetto del bonton, sono azzardi involontari che accendono reazioni sconnesse.

Impossibile non cogliere l’impaccio che sgocciola intorno a chi è lì, il bla bla bla resta appeso all’aria... poi educatamente, riprende a scorrere.

Un’allerta imperiosa va a insinuarsi lungo la mia spina dorsale. È  il brivido di rifiuto a sentirmi coinvolta da inqualificabili rigurgiti di  buona creanza.

Tento di respingere senza successo quella imperfezione che cova anche  in me: un  dispotico monito a lasciar correre.

Quanto sarebbe tutto più facile se avessi la forza di avvicinare confidenzialmente ognuno degli imperfetti, prendergli la mano e convincerlo di aver regalato il meglio di sé nel malessere di non sentirsi all’altezza e indurlo ad accettare la stramba tesi che la sua imperfezione mi  ha offerto un respiro di consapevolezza.
                                                                                                C.P.

Andrea Guerra - La finestra di fronte

 




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14 giugno 2011

CONSIGLI

Non puoi immaginare quanto mi entusiasmi ascoltare consigli...

Mi piace smarrirmi nel caos delle perizie altrui, partecipare alle istruzioni per l’uso... della vita, che generosamente mi vengono affidate da chi ritiene di avere ormai raggiunto il meglio nello spicchio di competenza che orgogliosamente spasima di confidare.

Non mi sottraggo mai. E la ricchezza delle proposte è inesaurubile. Basta essere o fingersi incompetenti e desiderosi di imparare che subito le informazioni fioccano sulla tua attonita imbranataggine.

Non ci sono limiti: dalle ricette di cucina infallibili per servire la felicità in tavola, al montaggio degli arredi Ikea o a remunerative proposte di coltivazioni acquatiche nei sottoscala condominiali. Gli ammaestramenti per allevare al meglio il pargolo hanno un posto preminente e anche se non è tuo, di certo chi ti parla sa che qualcuno che conosci potrebbe avvantaggiarsene.

Ma il campo in cui questa attitudine raggiunge vertici sublimi è quello dei danni corporali non c’è sindrome, acciacco, morbo, patologia che non possa essere vagliata e risolta con il fai da te dei consigli. È commovente l’impegno che viene profuso nell’offrire suggerimenti sperimentati da bisavole sapienti e tramandati di generazione in generazione fino ad arrivare alle mie orecchie avide di sapere. E poi... non c’è scibile umano che non sappia arricchirsi delle accortezze di chi ha un gran bisogno di trasmettere la pratica della sua sperimentazione.

Piano piano il mio serbatoio si colma di sedimenti fruttuosi e sarebbe bellissimo poter accedere a questo vivaio esperienziale nei momenti in cui la volontà impoverita e sgomenta si dibatte senza sapere in che direzione rivolgersi. In queste circostanze tento di stabilire dei link di meditazione per restare in contatto con la ricchezza delle proposte che ho sinceramente apprezzate.

Sebbene sia consapevole del pregio delle offerte, che per la loro convenienza pratica.mi avevano fatto un gran bene, non riesco a capire che cosa capiti fra i grovigli sinaptici del mio cervello...Sarà forse per la fattura che qualche forza malvagia mi ha gettato contro o per malformazione congenita ma dopo qualche tempo i consigli si sfilacciano disperdendosi. Non ce la faccio più a recuperarli e resto senza risorse..
                                                              
                                                                                                       C.P.




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18 maggio 2011

L'IMPREVISTO

Non aspettarti che qualcuno te lo presenti, la sua natura è di sfuggire a qualsiasi approccio.

Tuttavia di lui si parla continuamente perché chi ha avuto la ventura di imbattersi nelle conseguenze dei suoi maneggi subitanei e inattesi non può fare a meno di scaricarne il racconto nelle orecchie della prima creatura noncurante di passaggio.

Non c’è evento che questo improvvisatore di esperienze non sia riuscito a declinare: in danno quando è di umore maligno e qualche volta a favore, di chi incappa fra le sue tensioni estemporanee.

Assecondando certi suoi ghiribizzi può farti cadere dalla bici o sceglierti il biglietto giusto per vincere alla lotteria, a volte gigioneggia e insospettatamente ti fa incontrare chi rivoluzionerà la tua vita facendoti credere che valga la pena di essere vissuta.
I
nfaticabile, irrequieto, smanioso di presenzialismo si diffonde con energici mulinelli senza differenziazioni. Impossibile sottarsi alle sue congiure rabdomantiche.

Ma il risvolto più subdolo di queste infiltrazioni nella nostra quotidianità, l’ impegno più pregnante, lo dedica ad analizzare le conseguenze dei suoi estri. Non immaginare che lo faccia per averne un riscontro oggettivo e risolversi ad abbandonare le soluzioni più malefiche. No, per niente.... Le verifiche servono semplicemente a provare la tenuta dei perenni esercizi di ingerenza che mette in atto e questo rivela la caratteristica più paradossale del suo temperamento.

Curvo su uno specchio, che lo riproduce senza capire, sguazza nell’esaltazione di ciò che ha ideato, credendolo nuovo, originale, unico e non si accorge di aver messo in scena l’ennesima replica del passato, qualcosa di già accaduto, già accaduto, già accaduto...

Con incommensurabile presunzione si è andato convincendo che nulla avrebbe luogo senza il suo intervento.

Ti schifa quando gli parli di destino, non lo considera, non lo fa esistere è persuaso che tutte le vite si determinino sui suoi dissennati sollazzi.
Fa sberleffi se gli prospetti la possibilità che ciò che a lui sembra vitale sia solo un ruolo d’appoggio, una convulsione insignificante.

Sbattigli in faccia che nonostante l’impeto delle sue eccentriche infiltrazioni non ti lasci disorientare. Non puoi essere diverso nemmeno quando eventi accidentali sembrano risucchiarti oltre la tua sorte... Sniffi gli errori che commetti perché sono gli stessi che li hanno preceduti e non hai la tempra per sottrarti. Conosci anche troppo bene le ventate di piacere che ti sommergono, sai i modi di cercarle e non c’è inciampo che ti distolga da questa caccia. 
Tu lo senti che il destino, quello vero, sta nella radice oscura della personalità, nelle contrazioni del carattere che ti marchiano fin dalla nascita, una punzonatura esclusiva  da cui l'imprevisto, per sua indole, non sa prevedere vie di fuga...

                                                           C.P.




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26 aprile 2011

LO SPACCIATORE DI PENSIERI

 Lo spacciatore di pensieri è sempre in cerca di roba da spacciare.

Corre di vertigine in vertigine immerso nel suo progetto, annusa, ascolta e ritiene. È un’attività che lo appassiona. Non sempre la raccolta è fruttuosa, nel senso che i pensieri che gli capitano a volte sono disturbanti o incomprensibili, ma ogni tanto c’è la folgorazione: l’improvviso imbattersi in una riflessività inusuale e sfavillante che lo ripaga di qualche delusione. Sì, perché i disappunti sono molti anche in situazioni in cui si auspicherebbe una capacità di raziocinio intelligente e rigorosa.

Se gli capitano pensieri troppo prevedibili ha un moto di sconforto, non gli va di rifilare dosi taroccate, ci tiene alla sua integrità di onesto pusher. È importante selezionare il meglio prima di spargere concetti...

Quando sente di avere tra le mani il materiale giusto si predispone a confezionare degli allettanti cartoccetti con motti, frasi, sentenze, riflessioni, ipotesi...Non è un’operazione da prendere alla leggera. Vanno selezionati a seconda della categoria dei destinatari, trascritti su carte morbide di colori diversi per non fare confusioni e sigillati perché non sfugga il loro senso.

E poi viene il più difficile... per un lavoro ben fatto è indispensabile identificare con diligenza i luoghi e le relative frequentazioni. Discoteche, bar, giardinetti, osterie di campagna, ristoranti, hanno diverse tipologie di habituè e le seminagioni devono essere accurate.

Il nostro spacciatore sceglie i posti e le ore, poi si avvia col suo fagotto. Arrivato in zona, discretamente, senza attirare l’attenzione sparpaglia in giro il contenuto.
Il più delle volte si attarda curioso vorrebbe partecipare direttamente al gioco dello scambio e sentire le sensazioni che le sue proposte hanno suscitato, peccato che a parte qualche raro caso nessuno esprima ad alta voce ciò che prova.

In questo affascinante impegno il suo solo rammarico è l’impossibilità di conoscere e potersi arricchire subito degli spunti inattesi che ogni meditazione scartocciata riesce a far germogliare.

Ma anche se non è in grado di disciplinare gli effetti delle proprie iniziative, nel suo zelo volontaristico c’è una consapevolezza irrinunciabile per cui vale la pena di continuare: la cognizione avvincente di un rigoglioso concatenamento di idee che prorompono e tracimano le une nelle altre fertilizzando l’esperienza senza soluzione di continuità.
                                                                                        C. P.


Nino Rota - 8½ theme




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3 aprile 2011

L'AVARIZIA

 L’avarizia se ne va per le strade tuttta scalcagnata...

Guarda nelle vetrine le scarpe nuove e tira via. Non è vero, come si sente dire, che non le piacciano le cose originali e ancora intatte, ma poi pensa che sarebbe costretta ad usarle e di lì a poco diverrebbero anche loro vecchie, sciupate e allora tanto vale tenersi quelle che si hanno già.

Il suo aspetto malmesso, non invoglia i contatti. È cosciente della sua scostante sgradevolezza, spesso impreca, inveisce, lancia insulti e colpisce cattiva. Qualche moto di sconforto riesce ancora a darle danno e allora si chiede cosa può fare perché le stelle avverse invertano le loro ruote a suo vantaggio.

Considera ottimi gli argomenti a sostegno delle sue convinzioni e vorrebbe parlarne, ma quasi nessuno si preoccupa di sentirne le ragioni, la sua fama è incistata in modo definitivo alla sfera della più turpe egoistica abbiezione, e quei pochi non fanno che consigliarle di cambiare, di essere più sciolta, di offrirsi con maggiore disponibillità, di adeguarsi al civile comportamento dei suoi simili..

Perché dovrei adeguarmi, arzigogola... sarei migliore se sprecassi le mie risorse in acquisti sconsiderati. Se mi buttassi al seguito di quegli scalmanati che assaltano i negozi e comprano senza criterio solo per compiacere mercanti disonesti o mettessi a rischio la vita di qualcuno correndo ad occhi chiusi lungo itinerari spericolati. Nessuno vuole riconoscere quanto ci sia di intelligente nello scegliere oggetti che non si ossidano, non si deteriorano che non perdono mai il loro valore. e nel buio ti incantano con lo sberluccichio delle loro sfaccettature screziate, che hanno fogge di bellezza inarrivabile e se non puoi portarteli addosso, tanto meglio, il piacere di vederli sarà solo tuo.

Ad esclusione di questa esaltazione solitaria si è disciplinata nel tempo a vivere al meno. Una condizione che non la disturba, anzi l’avere messo a punto  un tale  laboratorio di sobrietà spesso la solleva a  esaltanti segrete vette di autostima.

Considerando quanto le sia ormai facile controllare le proprie esigenze, si permette ogni tanto qualche spreco: scorribande notturne in quartieri poco sicuri per dare sollievo al disagio dello spiantato di turno.Non ha bisogno di travestirsi, la trasandatezza le permette di passare inosservata mentre infila qualche banconota nella fessura di una porta malconnessa. Se lo raccontasse nessuno ci crederebbe...
...ma non le importa.

Va sempre più convincendosi di aver scelto la via giusta... soprattutto da quando si crogiola in quel progettino che cova da tempo, sarà qualcosa con una sorpresa incorporata tale da strabiliare i malevoli che la pensano ingorda e cinica.

È arrivato il momento di concretizzare l’idea. Ha fissato un appuntamento col suo notaio per la stesura di un legal last will ben dettagliato: tutti i suoi beni saranno devoluti a un’organizzazione che si occupa di ricerche nel campo delle cellule staminali Considera che questo disposto sia il migliore aggancio che le è dato sostenere a favore di un’umanità che tenti di traghettarsi verso sorti meno tormentose.

La notizia verrà diffusa fra lo sbalordimento generale durante una conferenza stampa, sfarzosamente organizzanta. Ma la sorpresa maggiore sarà constatare che nonostante questo gesto imprevedibile la sua vita non cambierà e non cambieranno nemmeno gli atteggiamenti di quelli che l’hanno da sempre conosciuta e che manterranno, nonostante tutto, ostinatamente invariato il loro giudizio...
...ma non le importa.
                                                   C.P.

Alban Berg - Presto delirando- Tenebroso




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9 marzo 2011

IL DETTAGLIO

Ha un temperamento riservato. Non gli piace esporsi agli sguardi, non aspira a vastità gloriose. Ama mimetizzarsi, confuso fra gli elementi che ha intorno, perchè lo eccita essere stanato per caso e comparire inaspettato. Si trova bene nella sua minimale grandezza e preferisce inoltrarsi, intrigante, nei tracciati fuggevoli dell’esperienza abituale.

Può manifestarsi come crepa nel pavimento, che non avresti notato se improvvisamente, dopo le prime piogge di primavera, da lì non fosse sbucata una processione di formiche...

È il filo rosso volato sul pulito della tua maglietta, e ti chiedi da dove arrivi... o il minuscolo foro nel muro, ritrovato quando il poster che lo copre di colpo cade, e pensi al chiodo che c’era conficcato, al quadro che sosteneva tentando di ricordare cosa rappresentasse ... e ti viene in mente Cechov e il suo suggerimento: se all’inizio di un racconto si accenna a un chiodo, proprio a quel chiodo alla fine il protagonista dovrà impiccarsi.

E via via... che dire di quei particolari, magnificamente dipinti, scovati negli angoli di opere viste e riviste quando una diversa prospettiva li mette improvvisamente a fuoco e ti illuminano di tenerezze impensate.

Puoi avere l’impressione che si richieda una solerzia, un fervore fuori dalla norma per riuscire a cogliere le minuzie che incontri nel trascorrere dei tuoi momenti. Non è così, occorre meno di quanto immagini, basta allenare l’intendimento a quella distensione silenziosa che arriva dopo aver percepito avidamente tutto l’insieme. È l’iniziazione al gioco della separatezza una sorta di gusto esclusivo per rintracciare e ritagliare ciò che ad altri spesso sfugge.

Così il dettaglio si delinea senza timidezze e si prende il giusto risalto.

Non supporlo inconsapevole, la sua mission è di intromettersi nella trama delle intenzioni quotidiane con folgoranti micro-epifanie capaci di dare un pizzico di imprevisto al grigiore dei tuoi gesti. Sono spesso queste impercettibili rivelazioni che lacerando le nebbie dell’abitudine offrono inattese teorie di significati. Non vuole spaventare non vuole fare miracoli, ci tiene alla sua fama di stimolatore di sensazioni sussurrate. Ha la precisa coscienza della propria portata e non gli basta sentirsi vissuto nei limiti dell’ apparizione, sa che un dettaglio può espandersi ed espandersi ancora in un’infinita sequenza di rimandi - quasi fosse un organismo vivente - fino a invadere di radiosità tutta la percezione.

                                                                                                                  C.P. 


Wim Mertens - Humility




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21 febbraio 2011

LE PAROLE

Le parole dovrebbero essere elastiche, duttili, modellare la loro morfologia a seconda dei significati che hanno.

Quando scrivo cielo vorrei vedere allargarsi una cupola azzurra con nuvole che scorrono a piacere, se preferisco arcobaleno tutto dovrebbe essere inondato di archi di luce, la parola giardino avrebbe la potenzialità di esplodere nei più bei colori possibili e albero eromperebbe ramificandosi all’improvviso.

Non oso immaginare quello che succederebbe scrivendo amore, forse si perderebbe ogni controllo. E destino? ... squarcerebbe le porte dell’universo.

Ci sarebbe così una perfetta corrispondenza fra la cosa reale, palpabile, consistente o astratta e il termine necessario ad esprimerla. Ma anche la parola si fa cosa nel momento in cui cade nella concretezza della scrittura e allora come uscirne?...una meditazione che entra disperatamente in loop.

È solo un esercizio, ma se fosse possibile una sua fondata realizzazione manderebbe in soffitta chilometri di studi che hanno tormentato la lingua con coltissime ipotesi, sulla funzione, sul funzionamento e sulla funzionalità della sua presenza del mondo. Si è tentato di coglierla in fallo scomodando la metafisica, indagandone la struttura in modi sempre più approfonditi. E infine stanchi della struttura ecco la destrutturazione: apertura dello sguardo sull’inquietudine del linguaggio, esplorazione ambiziosiosissima sull’origine misteriosa delle idee che informano la nostra conoscenza e ci condizionano. Poi la necessità di una ricostruzione per riportare tutto nell’ortodossia ...
Sta di fatto che qualsiasi tesi filosofica, o tentativo di dimostrare che il linguaggio ora in uso ha bisogno di essere concepito in modo diverso, per il momento almeno, non possono essere espressi che con strumenti linguistici conosciuti. È a questa contraddizione che si dovrebbe riuscire a sottrarsi.

Un poveraccio malato di scrittura preso in questa tagliola come può cavarsela?
Se ogni tanto gli gira in testa un concetto e non sa da dove arriva, deve cacciarlo per timore che non sia interamente suo e sia stato di altri prima di lui o accoglierlo, senza macerarsi, col piacere di affrontare qualcosa che ancora  lo seduce e lo fertilizza?
Sì, non solo deve ospitarlo, ma masticarlo senza ambizioni di assoluto, e risputarlo sapendo che presto lo abbandonerà... Gli è impossibile sottrarsi all’abbraccio provocatorio in cui le cose incontrate lo avvolgono: deve offrire l’attenzione che richiedono per essere espresse, inventando strategie che appaiano le più autentiche a dare loro energia.

Il pericolo arriva quando l’aspirazione a differenziarsi a ogni costo diventa pressante, imprescindibile e se non si è chiamati da una geniale ed evocativa indecifrabilità, si sparano parole su un foglio in nome di non bene identificate esigenze di ricerca, senza preoccuparsi troppo di organizzarle in un pensiero.

Il linguaggio è un corpo vivo. Accetta di essere aggredito, manipolato, rimaneggiato all’infinito, ma come in un corpo umano le troppe slogature e distorsioni, lo indeboliscono e lo rendono improduttivo. Ha bisogno di uno spessore di invenzioni armoniche fra cui abbandonarsi per concorrere alla sfida che la smania dell’opera continuamente gli impone.

Lasciarsi assimilare, mettendosi al servizio di ciò che ha bisogno di venire in luce, trattenerlo prima che cada fuori dal tempo, infilarsi nell’interstizio fra l’evento e la sua voglia di essere nella poesia e nella narrazione... non c’è altro.

                                                                                                          C.P.

       Tema dal film: Balla coi lupi




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3 febbraio 2011

QUANTO BASTA

q.b. Frazione mobilissima, riferita soprattutto alle sostanze minime che danno sapore.

Chi avrà inventato questa quantità indosabile? Un oscuro manipolatore di materie, un alchimista, un mago, un cuoco a corto di ingredienti... o un genio della variabile indipendente che per primo intuì quanto fosse vitale personalizzare gli elementi di un composto.

Di certo aveva studiato bene la natura umana calcolando che una formula contenente questo misterioso q.b. sarebbe stata la più adatta a solleticare la propensione a differenziarsi, l’ambizione a distinguersi dal mucchio pur standoci ben dentro..

Se prospettassi il q.b. anche per le mie giornate sarebbe una meraviglia!

Il disagio mi accartoccia più stretto del solito: viene il q.b. a fermare la morsa portando il nero delle anomalie a misura sopportabile...

Nel giorno in cui vorrei sprangare i passaggi per produrre un distacco: ecco il contrappeso del q.b. che apre schiarii di luce...

Tanto vicino e tanto lontano, ogni volta che l’assenza è a dismisura: il q.b. interviene per ridurre gli intervalli e supporre una condivisione...

Sì, che meraviglia se questo dosaggio confidenziale del gusto si trasformasse in un’entità trascendente, capace di imporsi con criteri di ponderatezza equilibratrice... Significherebbe attribuirgli d’istinto lo sconfinamento in un valore universale mentre in realtà ha solo una valenza strategica.

È il vaneggiare presuntuoso, la nostalgia di assoluto, il capriccio di chi sfora dalle proprie dosi.

Una porzione di intelligenza ragionevolmente sobria consiglierebbe la rinuncia a un’idea tanto imperfetta, ma non voglio farlo e la salvo iscrivendola all’anagrafe dei sogni. irriverenti.
                                                                                                                     C. P.


Ennio Morricone -The Good, The Bad & The Ugly




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10 gennaio 2011

L'ARTISTA

L’hai guardato bene quel tipo seduto al bar?

Bicchiere in bilico sotto il naso, look stravagante con qualche pezzo in più che gli svolazza intorno, gesticola, delirando di olive pallide...

Guarda bene anche quelli che gli stanno intorno. Si incantano ai suoi annaspamenti che feriscono l’aria senza pietà, ai suoi accenti insensati che oltraggiano il buon gusto. Gli piace atteggiarsi ad artista e quello che sorprende di più è che riesce a convincere chi lo sta a sentire. L’ammirazione gli aleggia intorno vivida come un’alba boreale.

Tu non dargli retta, non lasciarti sedurre, sai quanta fatica è necessaria per arrivare a concepire un’opera d’arte, vivi con ansia i passaggi misteriosi che scorrono nel tuo cervello prima che qualcosa di vagamente somigliante a un progetto concreto si materializzi. Hai affrontato tutte le biografie possibili degli artisti che ami e di quelli che non ti piacciono solo per renderti conto che nulla si improvvisa e i risultati, quando ci sono, non arrivano a cavallo di un furioso purosangue, ma di un brocco lento e disagevole.

Non ti venga in mente però di dar contro a chi plaude alle pose, agli atteggiamenti eccentrici, all’estetismo posticcio, ti ignorerebbero schifati o peggio penserebbero a una rivalsa invidiosa.

Sono pochi quelli che hanno la finezza di accettare che esista anche una trasgressività disorganica con una tensione alla sintesi minimale e sottrattiva, al gioco del distacco, della privazione, dell’assenza fino alla sottile perversione dell’anoressia scarnificante che esalta il nucleo spietato dell’ipotesi creativa.

Sei avvertito... quando incontri un tipo così, non sentirti inadeguato, insabbia il tuo disagio, fatti sotto, incalzalo, confrontati con le sue tesi e poi, come se niente fosse, chiedigli di mostrarti le sue opere: sta sicuro non avrà nulla da farti vedere.

                                                                                          C.P.


Vangelis - Hymne




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26 novembre 2010

LA STANZA DELLE DOMANDE

Non sai che quello che ti tocca una volta si ripete? Che come si è reagito una volta, si reagisce sempre? - Cesare Pavese

Formata a tunnel con muri mal connessi, soffitto basso e due spiragli alle estremità.....Luogo crepuscolare dove è possibile incontrare le domande che ancora non hanno avuto risposta. Sono in figura luminosa, insegne pulsanti per attrarre l’attenzione di chi si spinge fin lì dentro: lambiscono la fronte come indovinelli.

Domande insolute che vagano da quando l’uomo ha avuto il ghiribizzo di voler capire ciò che gli accade intorno e su cui scienziati e filosofi si sono impegnati nell’astrologare senza concepire risposte ultime: che cos'è la coscienza... perché siamo qui... cosa c’è dopo la morte... siamo soli nell’universo...

E poi quelle personali per guardarsi dentro e tentare di interpretarsi, le più imprescidindibili e urticanti: qual è lo scopo delle mie tribolazioni... perché mi innamoro e poi l’amore finisce... perchè commetto sempre gli stessi errori.. perché sono così e non riesco ad essere diverso...

Solo i più curiosi, i più risoluti quelli che non hanno paura di indagare, affrontano questo limbo in cui è facile che il cuore si spauri.

Benchè sia dato a chiunque di aggiungerne di nuove, lo stupore è di rendersi conto che le domande che ci urgono e stimiamo così singolari sono già tutte presenti palpitanti e chiaramente leggibili...

Con le stesse ebbrezze, gli stessi desideri, gli stessi abbrutimenti che da sempre gravano sulla nostra natura, siamo in grado di ideare qualcosa che già non abbia avuto luogo in altre vite..... pensieri ..ambizioni... fantasmagorie?

Forse questa è l’unica domanda che avrebbe senso lasciar apparire nella stanza delle domande e, come  previsto, resterebbe senza risposta ...
                                                                    C.P.


 
Astor Piazzolla - Milonga del angel




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8 novembre 2010

LA STANZA DELLE OMBRE CURIOSE

Un’alta parete ad anello, quasi un anfiteatro, sbiancata, luminosissima e con una sola stretta apertura...

E’ lo spazio fascinoso che di notte attrae le ombre: l’ha voluto il signore del castello, per intromettersi nell’eccitante senso della loro distinguibilità...
Inquiete, curiose quando non sopportano più il buio che le rende invisibili corrono qui da ogni parte.

Non c’è luogo al mondo che non sia rappresentato.
Si ritrovano, finalmente liberate dalle strutture solide a cui erano costrette ad aggrapparsi.
Senza peso, impalpabili si intersecano, muovendosi armoniosamente nei vuoti d’aria, sfiorandosi col piacere di scoprirsi. Non hanno bisogno di un linguaggio per intendersi: i misteriosi fremitii che emettono, quando i loro contorni inconsistenti si confondono infilandosi gli uni negli altri, sanno dire più di ogni parola.

Movenze appena accennate, contatti di membra come abbracci si incrociano e si intensificano di mano in mano che le confidenze si fanno più provocanti, ognuna sa qualcosa di noi che le altre ignorano.
Pezzi di vita segnati per la miseria delle aspirazioni, erosi dall’inconcluso quotidiano, faticosamente messi in disparte da chi li ha vissuti, tornano a galleggiare fra il cicaleccio di insonni sagome notturne.

Ciò che la loro curiosità ha raccolto nel passaggio fra uomini e cose si manifesta in un osmotico scambio di riscontri molestanti....
Nemmeno i maneggi del signore del castello hanno il potere di interporsi... il paludoso inconfessabile che presiede ai giochi del passato, agita i profili delle ombre e ogni notte, finchè il tempo avrà notti, gli avanzi di ciò che abbiamo tentato di scrollarci via torneranno a tracimare nella stanza delle ombre curiose.

                                                                                            C.P. 

Vangelis - Memories of blue




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13 ottobre 2010

STANZE

LA STANZA  DEI  SUSSURRI

Chi l’ha progettata ama i labirinti con ricchezza di penombre, suddivisioni basse devianti per impedire la visione. Brevi percorrenze spaccate da fessure, angoli acuti che appaiono improvvisi e dietro cui accoccolarsi aspettando che qualcuno si avvicini per sorprenderlo.

Concepita come offerta di svago, sollievo e distrazione dalla noia, col tempo si è rivelata un luogo di indugi, avvicinamenti casuali nell’attesa di rimettersi in gioco per un’ansia bruciante di congiunzione.
Fra echi oscuri della coscienza, regioni illuminate, ripari, l’attesa si adagia, raccoglie i suoi confini accentata da vibrazioni che si tastano prive di un preciso intendimento.
E’ il rincorrersi di moti repressi, proposti in chiave di sogno,: spoglie esauste di realtà mai accadute, che perdono di vista i contorni della loro morfologia.

Nessuno di quelli capitati lì sa che le parole hanno dimenticato ogni forma e le interrogazioni trascorse tornano a rimbalzare nell’aria senza riuscire a rovesciarsi in responsi: le voci si torcono fra gli ostacoli e si infiltrano nelle spaccature snervandosi in un sussurro incomprensibile.
Solo il labiritnto sa quanto sia sterile l'affanno di chi si inoltra nei suoi intrichi, ma non può nulla: ciò che accade è scritto nell'impenetrato disegno dell'impossibilità.
                                                                                                      
                                                                                C.P.


Amapola-Luís Bordón con su Arpa y Orquesta




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3 settembre 2010

LA MIA ISOLA

Massì, sarà che un po’ me li vado a cercare e un po’ mi arrivano gratis, non mi meravigliano i vostri giudizi: scontroso scorbutico orso intrattabile antipatico e che altro ancora.......

Il fatto è che io non so capire quando è il momento giusto per incominciare una conversazione o per fare qualsiasi altra cosa che conti, aspetto aspetto e aspetto ancora che questo momento arrivi, e poi per disperazione prendo l’iniziativa. Sento il guaio affacciarsi e non mi passa in mente niente che somigli a un rimedio, niente piano B che mi permetta di galleggiare intorno al disagio, nessuna modesta attenuante per uscire dal cerchio di sguardi che mi incide a fuoco.

L’unica via di fuga è verso la mia isola. Non ho mai avuto bisogno di percorrere lunghe distanze per esserci basta che accosti con lo scrocco la porta di casa ed eccomi arrivato.... lì dietro c’è quello che conosco, lì circumnavigo mi circoscrivo e mi accerchio con tremori antichi che abitano con me e a volte sembrano persico accogliermi con benevolenza.

Quello che lascio fuori non mi perseguita più, posso pensarlo distante scorrevole e inoffensivo, come se acquistasse una nuova verità.

Nel riparo della casa, protetto dall’interfaccia dei vetri tengo d’occhio un cosmo ovattato che agisce come in un acquario.

Ecco l’amico che non confesserebbe mai di sentirsi solo, fermo sempre più spesso nel cuore della piazza grande, ha l’aria di interessarsi a quello che gli capita intorno, in realtà è come un ragno al centro della tela, in agguato aspetta che arrivi un conoscente per ghermirlo nello scambio di qualche convenevolo.

Perché non si annoiasse troppo vorrei proporgli, quando mi involgerà nelle sue bave, un gioco statistico. Io lo faccio spesso dal mio osservatorio: dà un’impronta scientifica al voyeurismo.

Niente di particolarmente intelligente, si tratta di contare. Quante signore sono sedute al bar, quanti passano in bici, quanti portano i jeans, quanti i pantaloni, quanti attraversano ai margini della piazza, quanti la tagliano dritto al centro.

Devo confessarlo spesso questa attività banaluccia mi salva dall’imbolsimento. Una conta furtiva che non è che la partecipazione indiretta e indolore alla vita degli altri, e potrebbe rendere accettabile un esercizio di guardonaggine ritenuto esecrabile.

Aderire alle cose del mondo interrogandolo e interrogandosi anche per vie traverse, è questa la sua logica e il suo senso? Ammesso che possa essercene uno....

Non so legare un tal genere di sentore a qualcosa di più convincente. Tanto meno riesco a farci uscire un metodo o una speculazione socio-filosofica che risulti esportabile oltre i limiti della mia coscienza.

Mentre immagino altre divagazioni, magari impostate sull’orario: a che ora passa il fornaio con la sua cesta o a che ora quel signore grasso arriva dal giornalaio, le varianti sono tantissime posso sbizzarrirmi ........

Solo di lato rilevo che una svuotante auto-segregazione - posto che circostanze intime, amare, inconfessabili la renderessero indeclinabile - quando non cade nell’interiorità profonda delle mie aspirazioni può soffocarmi con un gran puzzo di abbandono. Occorre che la riempia continuamente, fosse anche con una conta ad alta voce che per un po’ neutralizzi la sua scorrettezza esistenziale
                                                                                             C. P.


Astor Piazzolla - Escualo 




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12 agosto 2010

BALOCCHI

                                         

LA   BAMBOLA


La toccai per la prima volta durante le feste natalizie, avevo appena compiuto sei anni....

Mi ero incantata anche troppe volte davanti alla vetrina, dove lei stava assisa su un trono di raso, per trattenere ogni minuto dettaglio della sua immagine con un’ammirazione che non si abbassava al desiderio: non osavo, era troppo per me, troppo grande, troppo elegante, troppo costosa, un incanto inarrivabile.

Accennai solo di sfuggita alla mamma la mia ammirazione senza chiedere nulla e lei intuì dall’incandescenza del mio sguardo quello che provavo, non ci fu bisogno di aggiungere altro.

Una sera comparve sul mio letto senza che avessi fatto nulla di speciale per meritarla..... Pensai che fosse stata la forza del mio innamoramento a farla materializzare fra le mie braccia, una sorta di prodigio, ma ora mi è chiara l’abnegazione di mia madre, che di certo si privò del necessario per assaporare il fiotto splendente della mia felicità che schizzava verso l’universo.

Viso di porcellana, occhi che si chiudevano, abito di organza color cielo sparso in grandi balze sulla seggiolina su cui era accomodata.

Potevo giocarci ma con precauzione; eccessivamente delicata perchè mi fosse concesso di addormentarmi tenendola vicina o pavoneggiarmi con lei fuori casa suscitando immaginarie invidie.

Mi piaceva cambiarle i vestitini e tormentavo la mamma, bravissima con l’ago, per averne sempre di nuovi. Soprattutto amavo trasformarla nei personaggi delle favole: Cenerentola nella versione sdrucita   prima di incontrare il Principe, Biancaneve, Alice....... per Cappuccetto Rosso poi avevo una vera passione, era uno spasso inventare i cibi assolutamente immangiabili che avrebbe messo nel suo cestino. Forse per questo non aveva nome era solo Bambola, perfetta per accogliere tutte le possibili fantasticherie tramutatorie che senza ritegno le imbastivo addosso. Silenziosa, discreta, una confidente esemplare alla quale raccontare spontaneamente crucci e vagheggiamenti segreti certa che nessun altro si sarebbe intromesso.

Adesso, dagli spifferi del tempo, mi sbuca fuori il dubbio che la mamma ascoltasse quei soliloqui e non sono sicura che accettasse di buon grado la scoperta del mio infantile egocentrismo tanto che alcune sue osservazioni, allora incomprensibili, si sono rivelate profetiche.

Bambola mi lasciò due anni dopo, quando la casa fu invasa dalle fiamme per un guasto nell’appartamento dei vicini. Fortunatamente noi eravamo fuori. La maggior parte degli arredi andò distrutta: frugando fra le macerie si ritrovò il suo faccino sfigurato...... mi è rimasto come  una lesione indelebile. Da allora non ho più voluto bambole per i miei giochi.
                                                                          C.P.


                  Giorgio Consolini - Profumi e balocchi




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22 luglio 2010

LA VALIGIA

LA VALIGIA DELLE CROCIERE

Mi aspetta a cerniera spalacata come un animalone affamato.......

Comincio a frequentare il lato oscuro del viaggio. Dopo entusiasmi, progetti, voli fantastici in attesa di incontrare le cose meravigliose che mi fanno una gran voglia, questa necessità di trascinarsi dietro un bagaglio legato alla soddisfazione di esigenze socialmente inderogabili non potrebbe essere più gravosa.

Incomincio ammucchiando quello che mi sembra indispensabile e l’ingombro cresce.........non riuscirò mai a far entrare tutto nella valigia che ho scelto.

Si impone una revisione: devo addentrarmi in una zona nebulosa dove gli scenari si confondono offuscando la chiarezza delle aspettative: sono costretta ad una faticosa apertura verso l’imprevedibile.

Dovrei immaginare ogni possibile variazione meteorologica o presumere tutte le occasioni mondane, dalle naif alle più sosfisticate e adeguarmi con un congruo ausilio di arredi. Prevedere gli itinerari delle escursioni, organizzare un leggero zainetto con l’essenziale per ogni emergenza. Fondamentale un pronto soccorso: gli acciacchi vecchi mi seguono e non è impossibile che ne arrivino di nuovi.

Una serie assillante di dubbi si proietta sulla capienza del fardello....non resta che mettere in pratica l’affliggente presupposto della separatezza.

Aggredisco il mucchio indistinto e incomincio a separare ciò che ritengo non possa assolutamente essere lasciato, dal resto che rimarrà lì vittima di un’abiura, non tanto nei confronti dell’oggetto in sé ma della funzione e delle circostanze in cui dovrebbe essere usato.

Per maggiore sicurezza, decido di consultare un amico, prodigioso compositore di valigie.
Il suo pronto intervento infarcito di consigli succulenti non mi delude, ne  ho avuto sempre risultati remunerativi.  A
lla fine mi saluta sul più sorprendente degli ammonimenti: lasciare un piccolo spazio disabitato a disposizione......per farne che? Risposta sibillina: te ne accorgerai durante il viaggio.

Ho accettato il consiglio, lo spazio  è rimasto, non so ancora cosa potrò infilarci, ma non ci sarà che l’imbarazzo della scelta: l’incontro col mare al risveglio, i versi di un dicitore metropolitano, cattedrali irrorate dalla luce del tramonto, persone persone persone che ho guardato col rammarico di non avere il tempo di capirle, gli oggetti che mi saranno offerti e non comprerò ......... tante cose che staranno in un impercettibile interstizio del mio bagaglio a disposizione per quando vorrò ripensarle.

Adesso che tutto sta ben messo e ha l’aria di trovarsi a proprio agio mi sento più tranquilla, ma non posso dimenticare che la mia aspirazione sarebbe di andarmene in giro così all’impronta, solo con uno spazzolino da denti infilato nella tasca dei jeans.....
                                                                                     C.P.



Antonin Dvorak: Humoresque Op. 101




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7 giugno 2010

CARTOLINE

CARTOLINE

Non ricordo nulla, è solo qualcosa che mi viene raccontato quando mi serve saperne di più per mettere insieme il puzzle della mia vita. E mia madre è l’unica polla incontaminata in cui posso immergermi. Di lei mi fido e mi affido alla densità della sua parola........

Il mio imprinting fu così: ancora prima che incominciassi a gattonare mi sistemava su uno strapuntino a vista e intorno c’erano le cartoline. Le forniva uno zio, ne aveva scatoloni pieni ... non si era mai allontanato da casa ma era malato di viaggi e le recuperava in giro fra amici che gliele conservavano. Turbinose marine, montagne, sentieri nascosti fra i pioppeti, cascine e campi coltivati... amava la natura.

Non si è mai capito perché, ma quella installazione aveva un potere prodigioso sul mio umore. Smettevo di frignare e zampettavo gorgogliando fra le vedute: oltre il mio strapuntino c’erano cose da incanto.........

Mi applicavo a guardarle con cautela senza cincischiare, forse per questo mi era concesso di giocarci, quasi ipnotizzata le rigiravo premurosa anche dal lato delle incerte firme dei mittenti come se sapessi quello che volevano dirmi. Qualcosa di certo mi dicevano ... e di certo, anche se non so come, in qualche modo entravano nella mia immatura insufficienza.

Sarà da allora che mi è filtrata la fame di immagini? Una relazione indissolubile si è stabiltia fra questi radiosi frame e la mia precoce attrazione per il cinema.

La mia prima volta al cinema: stretta per mano dalla mamma, inguaribilmente inappagata di visioni, arrivai dentro una sala strapiena di facce tuttte rivolte verso la più enorme cartolina che avessi mai visto, dove tutto si muoveva, risuonava e pareva favolosamente vero, benchè non fosse un film per bambini ma una vicenda che non ero in grado di capire, trascinarmi fuori non fu facile.

All’età giusta non ho mai visto film per bambini, la mamma nella scelta, seguiva la sue pulsioni emozionali e io seguivo lei.

Storie e altre storie....personaggi in lotta o in armonia con sé stessi e con l’ universo mondo hanno aperto buchi di luce nelle incontenibili fantasticherie della mia infanzia quando ogni dettaglio poteva contenere tutti gli innesti possibili da piegare verso un’elaborazione senza fine che ancora dura.......

Quando molto più tardi vidi La rosa purpurea del Cairo mi piacque pensare che fosse stato girato per me. Un film perfetto, anche se l’idea non era nuova. Fondato sull’attraversamento dalla realtà alla finzione e viceversa, di sognante trasparenza, ineguagliabile per armonia e ironica leggerezza, che stuzzica e sollecita forse tentando di rispondere alla domanda: perché amiamo il cinema? Risposta che non saprò mai dare, ma continuo a chiedermi come mi sentirei se con una propagazione in misura di transfert, potessi trascorrere liberamente fra dentro e fuori dallo schermo, senza essere costretta a scegliere...


Chopin - Revolutionary Etude op 10 no 12




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3 maggio 2010

L'ISPIRAZIONE

L'ISPIRAZIONE

Cosa ti aspetti, mia invadentissima ombra, così appiccicata a me, il picchiatasti disarmonico, che inzia a titillare una tastiera?
Lo so,  esamini indaghi, cerchi di intuire se sono invaso dall’ispirazione...

No,  non ti sforzare non vedrai mai nessun bagliore, nessuna aura corteggiare il mio intelletto. L’ispirazione non mi riguarda. Non sono avvolto da vapori divini,  non  ci saranno rivelazioni o   rapimenti capaci di  portarmi  a contatto con le potenze celesti. È  un’idea concepita dai greci, il romanticismo e la psicanalisi l’hanno consacrata, gli artisti se ne compiacciono per far apparire il loro lavoro trascendente e dotato di qualità incommensurabili.

Questa parola mi irrita e non fa che suggerirmi negatività. Cosa c’è di più annientante per  un povero essere che aspettare pazientemente di sentirsi infuso da pensieri che gli arrivano da non sa dove e che è costretto a trasferire nelle sue opere? Se credessi una cosa simile potrei smettere subito di ragionare o di agire. Basterebbe che restassi comodamente in attesa alla mia postazione......

Non avrei bisogno di sapermi punto dalla forza della passione, dai morsi dell’invidia o da tutto ciò che mi fa soffrire o mi esalta, le idee nuove non avrebbero luogo nella mia anima, infine potrei fare a meno di qualsiasi elaborazione dell’esperienza.

Sono poche sillabe ma cancellano perizia, sperimentazione, intelligenza, maturità. Si annullerebbe così ogni fatica legata al rifiuto del definitivo, all’accettazione delle chiamate, delle fratture, dei sobbalzi che negano ogni assolutezza per aprirsi alla sollecitazione incalzante dell’intenzionale.

Mi conosci male se pensi che io rinunci a dare corpo agli estri scompigliati che brulicano nel mio cervello, a scegliere  quello che più mi attira, a razzolare nella mia sacca esistenziale per scovare le materie giuste con cui aromatizzarlo, impastarlo, disciplinarlo e convincerlo a inziare il suo pellegrinaggio verso l’altro a me straniero.

E se questo significa incamminarsi lungo un itinerario apprensivo di impossibilità, se comporta il danno dell’incomprensione e mi fa vivere la prostrazione dell’insuccesso, non me ne importerà mai abbastanza da mollare.......


Wim Mertens - For mains




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11 febbraio 2010

RECENSIONE

E’ TUTTA UNA MONTATURA  di Thimoty Easters, recensione di Specchio

E’ tutta una montatura....sono le parole che il protagonista pronuncia davanti allo sguardo maligno del vecchio.

Inizia così la prima prova importante del giovane scrittore irlandese Easters, un romanzo roccioso e squadrato in cui solo verso la fine sarà possibile afferrare il legame che avvince le figure immischiate nella vicenda.

In questa mischia giocata fra flashback e repentini ritorni il soggetto percorre la sua trama e si divincola fra presagi e sfuggenti certezze. Tutto avviene nella penombra di una stanza: due uomini a confronto un vecchio e un giovane più una donna che compare continuamente evocata solo perché ha avuto l’infausta idea di scomparire. Il sospetto che sia avvenuto un assassinio è la montatura che la mente del vecchio imbastisce, sobillata da un altro sfuggente individuo, novello Jago, che non appare mai direttamente ma si materializza attraverso intrusioni infide e soffia nel cuore del vecchio l’orribile sospetto che la figlia sia stata uccisa.

Due personaggi chiusi in una grande stanza: un’atmosfera claustrofobica. L’ ambiente, la natura, il mondo esterno appaiono solo di scorcio attraverso la grande finestra che dà su un paesaggio desolato e grigio di nebbia che sembra rendere conto della nebbiosità degli eventi che si delineano faticosamente fra i rimandi e le accuse reciproche che i due si sbattono in faccia.

Peregrinazioni dolorose fra esseri in conflitto con qualche squarcio di sincerità che offre al lettore la chiave per intuire i pochi margini indispensabili a delineare il terzo personaggio assente e la sua insostenibile situazione fra i due. Padre e marito in lizza per contendersi l’amore di una donna, incapaci di controllare le loro eccedenze di egoismo, compressi fra comportamenti così stritolanti ed assurdi da condurre all’accusa più infamante: l’omicidio. Quando la donna sparisce questa è l’unica soluzione che le loro menti ottenebrate riescono a formulare. In una totale assenza di riconoscimento delle reciproche esigenze i contrasti si esasperano fino alla violenza fisica che li lascia stremati.

Una sosta, una catarsi prima di giungere, con un movimento improvviso, in dirittura d’arrivo quando la verità distratta trasale fuori da sé dimostrando la sua urgenza contro la paura dei tradimenti e dell’abbandono

Con una prosa compatta capace di costruire azioni che rasentano la pienezza di un lungo piano sequenza cinematografico l’autore scandaglia le azioni stordite di individui alla ricerca di un proprio recupero, in fuga da ciò che non è più in grado di contenerli, orientati verso luoghi oscuri in cui potrebbe ultimarsi e essere portato a compimento il senso di eventi tenuti in sospeso. Alla fine tutto torna a comporsi come se la narrazione volesse proprio questo e si approda a uno scioglimento in qualche modo prevedibile...... ma lasciamolo scoprire al lettore.

The misteriouse trick di Thimoty Easters - Traduzione di Nereo Bellostano  - Ed. Mondadori, 2009


Antonin Dvorak
- Third movement from the simphony n.8




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25 gennaio 2010

ANATOMIA DI UN DELITTO

ANATOMIA DI UN DELITTO 

La schiuma si è distesa e calmata sopra il suo corpo.E’ morta, non ci sono dubbi, l’ho uccisa.

Quante volte ho pensato a questa eventualità, troppe ... erano spot ossessivi sulle sensazioni che avrebbero seguito il mio gesto: rimorso, pentimento.... ma non sta accadendo nulla, la cosa sembra al di fuori di me, non mi riguarda più e anche il rancore che avevo germinato in tanti giorni di conflitto si scioglie nella mitezza di questa sera.

Riprendo i remi, non c’è fretta, mi accompagna il loro sciaquio cadenzato, che si stempera fra il gomitolo d’ombra che sta avvolgendo le cose.
Sarà impegnativo risalire la corrente: le mani coperte di vesciche incominciano a sanguinare ... l’odore dolciastro del sangue mescolato a quello del legno mi danno un po’ di nausea o è l’acqua che lo emana? Questa esalazione che cresce e cresce ancora, somiglia al profumo che portava lei, per un attimo il pensiero mi impietrisce.......che assurdità, come può un aroma essere tanto intenso da raggiungermi attraverso l’acqua.

Eppure è nell’aria lo assorbo, lo respiro, mi sale dalle narici fino al cervello. Sento la testa dilatarsi e farsi pesante è Lei che si diverte a soffiarmi dentro la prepotenza del suo effluvio. Non ho dolori solo difficoltà a mantenermi eretto.Continuo a remare nel buio con l’illogica sensazione dell’espandersi del mio capo. Le braccia stanno diventando insensibili, cerco un punto facile per avvicinarmi alla riva, accelero disperatamente: nella foga l’acqua fredda mi spruzza gli abiti, si impregnano anch’essi della Sua rivoltante esalazione...

Mi sorprende che la massa ondeggiante sul mio collo riesca ancora a formulare pensieri, non pensieri autonomi da massa autonoma ma connessi al mio essere e alla mia situazione. Sa dell’effluvio ammorbante e ne ha schifo, del mio gesto definitivo, del sangue sulle mani, della barca, quindi fa ancora parte del mio corpo, lo capisce e lo dirige. Per quanto tempo sarà in grado di farlo? Forse mi farà perdere l’equilibrio o scoppierà... che idea grottesca potrei mettermi un vaporizzatore nel naso e irrorare la gente che passa... una folla imperlata dai miasmi della morte..

Uno strappo..... la barca si è arenata, scendo a terra gonfio ciondolante stremato.
Nel tentativo di ritrovarmi, estraggo i ricordi da questa cosa mostruosa che è la mia testa, come il prestidigitatore i veli colorati dal suo taschino, per un attimo appaiono chiari definiti e poi si ammucchiano inutili....

Sono cambiato in poche ore?
Finito il tormento della sua presenza, della voce aspra che chiamava il mio nome... ora voglio dormire... lasciatemi in pace... fatemi addormentare... perché è tanto difficile scivolare dal torpore al sonno? Una pecora passa sopra il ponte poi un’altra un’altra un’altra la fiaba della nonna...senza argomenti monotona fino al quieto sonno di allora ...la nozione delle ore sfugge sento ronzii come di insetti prigionieri...è la sua voce che torna non vuole lasciarmi.. sfrigola in un vuoto che si apre su un altro divorante vuoto bianco..

Non posso più odiarti nè amarti ora che ti ho eliminata..... né urlare contro di te né richiudermi né isolarmi.... come potevo credere in me quando contrastavi ogni mia aspirazione con quel sorriso ostile?... anche se dicevi di amarmi non volevi... non volevi che vivessi al di fuori dei tuoi desideri... così rapace dei pensieri più nascosti... con le piccole dita turbinose in agguato contro di me spazzavi gli entusiasmi come una brava massaia spazza la casa...l’abisso bianco ha già oltrepassato il bordo della coscienza si aggrappa al mio corpo... quando c’eri tu potevo tenerlo a bada in qualche modo contenerlo con le parole violente con le tue accuse coi discorsi puerili e le cose insulse di ogni giorno... non ci sarà più giorno né notte o ragione di vita ti ho recisa dal mio fianco come un letale peduncolo... ora il sangue scola lento fuori dallo squarcio oltre i sensi verso il nitore del nulla incontro alla perdizione e il mio corpo... il mio corpo affonda nel rallenty finale...


                       clicca le note per ascoltare 
               Alban Berg - Lyric suite - Presto delirando 




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14 dicembre 2009

LA NOIA

LA NOIA

La noia si muove sempre, si stenta a crederlo ma è così.
Guarda in giro con curiosità in cerca di niente, sì proprio così è attratta dai vuoti dalle pause dalle sospensioni dalle tregue dalle soste. Ha un vero talento per fiutare le situazioni in cui prima o poi, nostro malgrado, tutti finiamo per trovarci: gli intervalli fra le cose che siamo costretti a fare e anche fra quelle che ci piacciono.

Non appena ci appollaiamo da qualche parte per avere un po’ di tregua eccola ad insidiarci. Non siamo mai abbastanza in guardia....... a volte lasciarsi andare ha una sua molle piacevolezza allontanarsi da sé stessi, dalle responsabilità, ha un profumo liberatorio. In questi momenti, senza che ce ne accorgiamo fruga nelle costole del nostro mutevole, misura preconcetti attitudini debolezze passioni patologie, insomma tutto ciò che riguarda ogni possibile modo di essere viene immagazzinato come un substrato giurisprudenziale a cui attingere

Conserva nel suo archivio mnemonico le innumerevoli varietà di temperamenti ai quali si accorda per personalizzare ogni ingerenza guastatoria.E’ facile riconoscerla dai sintomi che sparge intorno, si diffonde fra le membra e inzia le sue sottrazioni togliendo al corpo ogni energia propositiva. Ci sfinisce con pensieri di inconcludenza inoculando l’inutilità nei progetti che abbiamo appena finito di ideare....... tutto diventa inconsistente, privo di interesse.La sua forza è direttamente proporzionale alla nostra debolezza. Non travolge.......... senza sfoggi ci avvolge, appoggiandosi alla cedevolezza dei nostri momenti di ripulsa, quando le situazioni precipitano verso oscurità che ci sbilanciano e la fatica di affrontarle appare insostenibile.

Non si contano  gli approfondimenti,  le indagini, i saggi, che studiosi di ogni disciplina hanno imbastito intorno a questa portatrice sana di un virus che non risparmia nessuno. E non si contano i consigli confacenti che dovrebbero allontanare il contagio o almeno sgualcire i suoi propositi oppositivi. Dalla necessità di aggrapparsi alle cose che abbiamo più a cuore....... a quella di mantere vivo l’ultimo residuo di estro che ci rimane.
Fino alla più spericolata: guardarla temerariamente in faccia, indagarne lo stato e controllando l’inevitabile torpore che ci prende quando la sentiamo avvicinarsi, ingegnarci a contenerla, padroneggiarla, tamponare le sue infiltrazioni finchè - per l'orientamento naturale ad appoggiarsi in alternanza all’uno o all’altro - non venga costretta a lasciare il campo.

Difficile stabilire quale di queste strategie dia risultati apprezzabili, l’unica conclusione certa, a cui tante speculazioni hanno portato, è che la noia scansa con ripugnanza il contatto coi noiosi,  probabilmente nella persuasione che su di loro i suoi incantamenti non avrebbero effetto...........




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25 novembre 2009

IL TACCUINO

IL TACCUINO

Era stato quello ad attrarmi: un colore violaceo come di fioriture.....
Sul ciglio del sentiero la copertina del quaderno si affacciava appoggiata sull’erba.

Non un impertinente sbuffo di vento, ma le mie dita curiose incominciarono a scartocciare i fogli.......... un diario. Nessuna informazione sull’identità del proprietario. Di certo commettevo un’indelicatezza frugando nell’intimo di un’altra esistenza e questa sensazione mi metteva un po’ a disagio, ma l’ansia di sapere pungeva più della discrezione. Un fatto così singolare non mi era mai accaduto.

Scorrevo le pagine con avidità: qualche schizzo di un viso di donna giovane e una data: era il quaderno di un ragazzo. Versi romantici: l’inizio, quando il cuore aveva cominciato a battere piu forte per LEI. Brevi riflessioni sul modo di intendere i sentimenti. Che magia se le parole trovano il percorso aperto e hanno voglia di portarti verso l’altro, tutto si schiude e si armonizza senza fatica: i momenti d’amore, le passeggiate, le strofe di una canzone.

Qualche foto fissata sulle pagine, poche date come se il tempo e i suoi eventi non avessero importanza e scorressero senza toccare la bella realtà che viveva. Più avanti un giorno evidenziato e il lungo resoconto di colloqui in cui i temperamenti reciproci cominciavano a emergere: prese di posizione stizzose, puntualizzazioni e aperture verso ideali mai confessati in nome del sacrosanto diritto di ognuno a essere rispettato nelle proprie esigenze. Amarezze e voglia di superare tutto nel carezzevole abbraccio della riconciliazione.

Ricordi di una vacanza, istantanee, visi distesi, atteggiamenti rilassati perché dopo le tensioni tutto sembrava ricomporsi.
Diverso tempo dopo il disegno incompleto di un orologio: dal quadrante mancava il numero due e le lancette erano disposte in basso come fossero cadute. Seguivano questi versi

T'amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t'amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti

Il diario finiva così.. .........restavano molte pagine bianche,

Forse quella Cronaca di un amore gli era scaturita anche dalla necessità di contornare meglio sè stesso, mettendo a nudo i tratti più segreti e inespressi della sua indole, nell’abbaglio avventato che qualcuno scoprendolo avesse la rivelazione della sua straordinaria ricchezza interiore. La risposta non conta, conta che lo aveva fatto “direttamente senza problemi né orgoglio”.

Avevo sfiorato per un attimo la sua vita rubandone un po’. Non c’era stata premeditazione e ora mi chiedevo se lasciare il quaderno dove l’avevo trovato pensando ad uno smarrimento casuale o portarmelo via convinta che fosse stato abbandonato di proposito, nell’illusione di potersi liberare, senza sforzo, di un ritaglio di passato che non gli apparteneva più..............




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22 ottobre 2009

L'ORGANIZZAZIONE

L'ORGANIZZAZIONE

C’è una falla nell’organizzazione........... Mi arriva questa frase da non so quale scheggia della mia esistenza e lascia il segno.
Di che organizzazione si tratterà? Non mi evoca niente di positivo.

Penso a organismi oscuri e le occorrenze possibili saltellano qua e là nel cervello senza ritegno come corpi d’aria in movimento, così veloci che devo darmi da fare per afferrarne almeno una.
Non sono sicura di aver captato un’organizzazione vera e propria, più che altro sembra un conglomerato di esseri umani orientati.
Per capirci qualcosa individuo la loro sala riunioni e mi intrufolo, acquattata dietro uno scaffale di libri pretenziosamente finti: aspetto...... l’ora canonica.
Entrano gli adetti ai lavori, arredati dalle misere  protesi che espandono l’immagine del corpo oltre i confini del corpo; fieri e compresi nei loro ruoli gregari sembrano eccitarsi in attesa del capo.

Il prestigio rieccheggia dal fondo del salone quando il maestro fa la sua comparsa. Con accenti preoccupati informa che alcune preziose informazioni sulle attività della loro fondazione sono trapelate oltre la cerchia ristretta degli esperti: le mire della concorrenza stanno mettendo a rischio i progetti futuri. Quando viene data notizia che una coppia di intraprendenti segugi ha avuto l’incarico di scoprire l’identità del delatore, sui visi dei presenti si spalmano macchie di panico. Sguardi abbassati e dita intrecciate fra gli appunti in cerca di una mossa disinvolta che dirotti l’attenzione verso l’altro.

Dal mio rifugio ascolto la relazione investigativa che inquadra circostanze, fornisce dati........e alla fine il privilegio di rivelare il nominativo del colpevole è riservato al leader supremo che dopo averlo letto lo digita. Su uno schermo gigante alle sue spalle, il mio nome lettera più lettera, si materializza lentamente e ancora più lentamente come un proiettile al rallentatore penetra nella mia coscienza.

Com’è possibile........ avevo dato disposizioni precise alla mia biografa. Non volevo che mi creasse situazioni rischiose: pochi eccessi, una spolverativa di anticonformismo, piccoli sogni da portare al giunzaglio, un tramonto diverso per ogni giorno dell’anno, cose facili facili, uguali a quelle che anche gli altri hanno voglia di avere, per non sentirmi diverso.
Ogni giorno depositavo la mia rata in contanti per esser certo che l’incarico venisse eseguito a puntino, e adesso......sono aggredito da questa contaminazione biografica che mi intacca all’improvviso.

Mi ripiego come a trovare riparo: sono in trappola! In un rigurgito di consapevolezza vivo l’ineluttabilità della situazione e quel che è peggio il senso ripugnante di esserne la causa: ho messo la mia vita nelle mani di una biografa maligna, stupid me che ho confidato nella lealtà di una mercenaria senza scrupoli che mi sta mollando........ sarà che non merito più la sua attenzione o sarà che per avidità vuole dare spazio a un padrone più ricco?

                                        
                                                         clicca le note per ascoltare
                                                                        Bernstein - Candide - Overture




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29 luglio 2009

BIOGRAFIE

BIOGRAFIE

Spero che non succeda, ma se incappassimo in questa costrizione: se per qualche imposizione repressiva, di natura socio-politica, fossimo violentati dal vincolo di dover esternare la storia della nostra vita?

Anche ammesso di avere in concessione l’arbitrio di scegliere una linea di narrazione personalizzata, non si potrebbe che incominciare dal principio: il momento della nascita. E’ vero che in quell’atto siamo presenti, respiriamo per la prima volta l’aria del mondo, ci teniamo a farci sentire urlando e scalpitando, ma chi se ne ricorda? Dobbiamo fidarci di quello che ci viene raccontanto........

Ecco un bel filo narrativo: quello delle prime volte, ma non le tragiche ostiche che ti impongono di svoltare; sceglierei il filone secondario o forse terziario non so bene, delle insignificanti marginali spicciole prime volte apparentemente prive di interesse, che quando succedono sembrano non lasciare traccia e a distanza di anni sono ancora lì a solleticarci con la loro aura intatta. Sembrano fatte apposta perché si possano mettere a confronto con ciò che di simile succede dopo, via via nel tempo.

Continuando nella leggerezza: gli incontri. Solo i piacevoli però, con le persone che ci hanno voluto in amore e amicizia, che preziosamente non hanno preteso di cambiarci accettando i nostri illimitati limiti. Forse sarebbe un capitolo brevissimo, ma insostituibile per il nostro equilibrio intimo.

Chi ama muoversi qua e là in cerca di sentori esotici o più modestamente indigeni può ripercorrere la propria vita anche attraverso riminiscenze di escursioni, vacanze, crociere........ Un campo in cui la fantasia avrebbe agio di ergersi a vette di inarrivabile eccellenza: quel che non è mai successo può essere agevolmente inventato, smentire risulterebbe difficoltoso.

Se di vena drammatico-depressiva, la preferenza andrebbe alle note stridenti con lunghe tiritere di masochismi sulle strade non intraprese e le opportunità che mai sono state offerte, il tutto condito da rancorose giustificazioni per gli evidenti smacchi di cui difficilmente si riesce a prendersi la responsabilità.

Procedere per eventi adrenalinici, colpi di scena di certo piacerà agli amanti dell’avventura che hanno bisogno di forti sussulti passionali per sentirsi produttivi. Si presta bene con l'approccio a  episodi realmente vissuti o desiderati tanto da crederli veri.

La sorte migliore toccherebbe agli artisti. Per loro avrebbe senso solo muoversi attraverso intricati processi creativi che in fine approdano all’opera, buona o mediocre che sia non ha importanza:.contano le motivazioni e le fatali FAQ che ogni creazione pone al suo autore..........

Dobbiamo prendere in considerazione anche le storie felici? Forse no, qualcuno sostiene che la felicità non ha storia........ infatti dopo l’happy end  il sipario cala.

Le possibilità non si contano........... Si arriverebbe ad una scelta inesauribile di sviamenti estranei all’immagine del protagonista vivificati solo dall’intento di slanciare ogni vita fuori dal tempo. Ma qualunque soluzione resterebbe incompleta, spogliata dai vuoti che consideriamo indegni di nota: spazi indistinti, buchi neri, inghiottitoi in cui affogano i piccoli banali eventi che preferiamo non sottolineare e quando qualcuno ce ne chiedesse conto saremmo costretti a rispondere con De Niro “sono andato a letto presto”.



                                       CI RITROVIAMO A SETTEMBRE..............




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17 giugno 2009

PAZZIA IMPLOSIVA

PAZZIA IMPLOSIVA

Se non fossi tu a parlarmene stenterei a credere...........

Non ho mai sentito di una simile patologia. Sembra una contraddizione: un ossimoro. Immagino la pazzia fra le cose che non possono nascondersi, incontenibili trascinanti che scappano fuori da noi anche se non sempre in modo eclatante ma con contegni che non possono restare a lungo camuffati. E adesso tenti di convincermi che soffri di questo malanno: manifestazioni incongruenti inopportune misteriose che proliferano incistandosi nella tua personalità.

Una pena che potrebbe avere senso se altri la provocassero o dipendesse da cause estranee alla coscienza come accade per malattie psichiatriche di cui il malato non è consapevole. Ma l’analisi che fai dei tuoi sintomi è dettagliata lucida................

Nell’intermittenza dei tuoi sfoghi, accenni alle stanchezze, alla fatica di affrontare i legami, con la persuasione che costituiscano indubitabili segni di un’infermità sotterranea che lentamente ti pervade.
Gli atteggiamenti di disagio che ti prendono in presenza di persone estranee, le improvvise cadute di interesse per ciò che fino a poco prima ti faceva partecipe, li involti di tali gravezze da farli assurgere a sintomi incontestabili di malattia.
Arrivi alla conclusione che la mania parossistica di separarti dalle cose, di buttare al macero ogni oggetto legato ai ricordi, come proliferazione di un passato che ritieni debba gravare ormai solo nel fondo della consapevolezza, siano la certa dimostrazione di un morbo implosivo e silenzioso che mina la tua lucidità mentale.
La propensione a vivere nel vuoto, nell’assenza, nella falcidia di tutto ciò che viene considerato fondamentale, irrinunciabile per una vita confortevole può crearti qualche disagio. Ma certo è che la contraddizione più evidente si rileva quando esaminando le tue giornate non spiccano incongruenze: niente scatti di insofferenza o manifestazioni inconsuete. Se a volte si palesa qualche lieve indizio di pose in controtendenza viene percepito come semplice contrassegno caratteriale e non fa supporre devianze anormali.

Difficile immaginare una sindrome così sottile e perversa da tormentarti solo per sottrazioni......Sostieni che proprio in questo si esprime il danno che ti assilla: la cui aberrazione sta appunto nel comprimere ogni stento nei confini dell’anima impedendo che si riveli all’esterno.

Come partecipare agli “interminati” smarrimenti di cui soffri se i segni ci vengono negati ? Come rispondere alla tua invocazione di aiuto?

Qualora mi avviassi a stendere la storia intima del tuo male oscuro e decidessi per amore, di rendere ragione di ciò che mi confidi, dovrei impormi di dissepellire ricordi comuni........ Sarei insomma vincolato a mettere in luce l’antica radice di inadeguatezza che da sempre ti sta addosso come una menomazione, una sorta di slogatura che tende a distorcere il tuo orizzonte percettivo.

Amico mio, non c’è niente di pazzesco nel bisogno di ficcarsi fra i propri sprofondi mentali - le anomalie che descrivi vengono da lontano e sono parte inalienabile della tua personalità - non rimane che accettarle. Non lasciamoci sedurre dalla lusinga di invalidarle attraverso disquisizioni metafisiche. Se, nel gioco delle parti, tentassimo di farlo finiremmo in un rimando avvitante di logiche paradossali inconciliabili con la premura che ci lega...........

                                         
                                                                           clicca le note per ascoltare
                                                                      L.V. Beethoven
- op.29-presto




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4 maggio 2009

IL PROGETTO

IL PROGETTO

Non me la sono sentita di rifiutare........

La voce era segnata da un strana vibrazione di incertezza..... chiedeva di essere sostenuto.
Il suo progetto era pronto, ci stata lavorando da parecchio e capitava che ne illustrasse qualche particolare mentre si discorreva delle nostre faccende.
Ora mi sollecitava per avere un confronto, gli serviva un amico, estraneo al territorio della sua ricerca, a cui parlarne per chiarire, prima di tutto a sé stesso, le espansioni del percorso che l’aveva portato fino a quella soluzione.

La cosa che colpiva entrando da lui era il tavolo al centro che si mangiava tutto lo spazio, a malapena riuscivamo ad aggirarlo: ingombro di carte, dai minuscoli schizzi su pezzi occasionali ai grandi rotoli trasparenti.
Con impazienza, senza tentativi per controllare la smania di essere capito distese il disegno più grande al centro e cominciò ad interpretarlo. Lo definiva un “insediamento umano a moduli” non meglio circostanziato che poteva essere allestito in funzione di qualsiasi urgenza abitativa. Nel piano apparivano alcune poderose “colonne portanti” dislocate in ordine sparso con grosse sporgenze sui lati.

A parte erano esemplificati parecchi dei “moduli”che aveva inventato... ....... forme geometriche: cubi, tronchi di cono, semisfere; ogni modulo era dotato di attrezzature sofisticatissime e versatili, ma la cosa sorprendente era che andava appeso alle colonne come un pensile: questo rendeva la struttura variabile all’infinito sia modificando la disposizione delle colonne che alternando i moduli.
Il suo intento era di inventare sorprendenti varietà di ambienti, permeabili ai gusti di chi li avrebbe abitati, non lo spaventavano le difficoltà di realizzazione, sosteneva di essere in grado di affrontare qualsiasi intralcio: i suoi quattro assi vincenti erano la duttilità del progetto, la diversificazione interpretativa, la leggerezza dei manufatti, la possibilità di confrontarsi con un workinprogress che permetteva di passare da un blocco unico su due colonne a blocchi multipli senza soluzione di continuità.......

La freschezza del suo entusiasmo mi commuoveva. Subivo il fascino di tanti propositi innovativi, ma ero irretito sedotto abbagliato trascinato verso i disegni preparatori per i rivestimenti esterni.
Legni pregiati con innesti di varie sfumature a formare motivi esornativi, sottili lamine di alluminio e rame intrecciate come le trame di un tessuto, scorie di materiali plastici colorati tenuti insieme da malte grezze, incredibili pannelli di maiolica invetriata con nubi di spuma bianca su fondo azzurro, vetri colorati che ricordavano le cattedrali gotiche, strisce di cuoio fissate da grandi borchie metalliche: splendori - inframmezzati da semisfere trasparenti traboccanti di vegetazione - su cui la curvatura della luce poteva declinare i suoi ritocchi

Occupare un simile insediamento sarebbe come sentirsi voluttuosamente sospesi in un museo. Sulla carta il progetto era elettrizzante ma che probabilità c’era che la sua forza germinativa fosse sentita ......... l’avrebbero accettato?

L’appuntamento era per il giorno successivo nel regno di un noto Personaggio selezionatore di talenti.
Si tratta adesso di aspettare e se ti capiterà di vedere, girando in giro, IL PROGETTO vivere, non farti troppe domande, appoggiati a questo insolente anelito all’armonia, chiama a raccolta la tua residua indisponibilità, per non lasciarti sottrarre ogni potenziale eccedenza di significazione.............. indispensabile a interpretare il mondo.


                                    clicca le note per ascoltare
                   Simeon ten Holt - Horizon




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24 novembre 2008

LETTERA

                 
Carissima  A.,
                       sono rimasto sorpreso, non posso negarlo, e non solo per la tempestività della risposta............           

Ho maturato la decisione di chiedere il tuo punto di vista sui miei ultimi scritti con difficoltà - so quanto la scrittura metta a dura a prova chi la deve giudicare - ma anche con la persuasione che avresti usato tutta l’intelligenza interpretativa di cui ti so capace.
C’era un domanda sola, l’unica che conta: cosa ne pensi?
Lasciando fuori i tuoi strumenti teorici, il tuo metodo critico, ti sei immersa con amorevolezza fra gli affetti che ci legano, ricordi di ciò che insieme abbiamo vissuto e discusso: una commovente sollecitudine che mi ha riscaldato il cuore.
Ti chiederai allora cosa diavolo pretendo........hai ragione, che leggerezza coinvolgerti! Come ho potuto immaginare di ficcarti nei miei percorsi, incartati in un confessionalismo intimistico e tumultuoso che ha scarso diritto di cittadinaza. O di interpretare la voglia che mi prende di cambiare i punti di vista, di fare innervosire, di disturbare, tentativi che non raggiungono altro effetto che di disperdermi senza riuscire a governare la mia inutilità.

Infinite volte parlandone avevo ribadito che chi scrive non può che seguire la propria intima direttrice: il misterioso inconsistente filo rosso, che parte da non si sa dove, che.non si tocca ma si avverte. E allora perché questo bisogno di conferme?
Mi contraddico continuamente, non solo qui. Mentre chiedo acutezza di giudizio e una valutazione anche aspra, in realtà cerco in te un convincimento che mi sfugge, il più modesto che sia a rinsaldare qualche certezza.

Mia carissima, come sempre sono io a non avere cognizione, a volte quando il respiro si blocca, perdo il senso delle situazioni, dimentico che hanno bisogno di posti sicuri e pieni di penombre per imparare a trattenersi e le spedisco in giro a far danni.
La mia domanda, gonfia di inadeguatezze, stanca di trascinarsi scricchiolando all’inizio del foglio vuole rimbalzarmi addosso, la respingo con imbarazzo........ non m’importa più di sentire risposte e perdonami per averti molestato con presunzioni irrazionali.

Hai sgombrato le mie attese, annusando captando intuendo le cose arrivate fino a lì, intrappolate fra parola e parola, più e meglio di quanto potessi dire, mi hai offerto ciò di cui avevo bisogno e anche di più: l’impercettibile ritmo dell’amore.

Mi sento avvolto da questa vicinanza e la nostra amicizia credimi ne sarà rinsaldata. Grazie!
                                 
                                     

                                           
                                                                     clicca le note per ascoltare
                                                             Jeroen Van Veen - Minimal prelude 12




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28 maggio 2008

MISTER X

 

E’ stato un colpo di fulmine .... Quanto ti ho ammirato magnifico mister X !
Mi bevevo la tua linfa estrosa. Masticavo e inghiottivo le articolazioni dei tuoi pensieri come si faceva nelle culture arcaiche con le parti vitali del nemico sconfitto, sperando così di assorbirne l’ardimento.

Ogni improvvisazione concettuale lasciava senza respiro, sospingendomi affascinata, dentro una cosa calda di imprevedibili raggere iconografiche.
Anche se nel narrare apparivano intemperanze o disgiunzioni, mi agganciava il tuo amore per l’essenza, tutto arrivava scarnificato: parole guizzanti come frecce direzionali a segnalare frontiere inviolate.

Ma più di tutto lampeggiavano i particolari, quegli appigli apparentemente insignificanti che non si potevano credere inventati, per quanto balzavano spontanei e restavano a rischiarare gli eventi.
Ti esploravo poco a poco, ansiosa di scansarmi da asprezze, indocilità, sconnessioni che potevo cacciare via solo quando mi acciambellavo fra la tua risolutezza, solo poggiando la fronte fra le tue turbinose accensioni.

Non mi spaventava lo scontro con riluttanze opache, senza sembrare mi trattenevi fra il chiaroscuro della discontinuità, ed era un allaccio apparentemente indissolubile, forse l’arrendersi, in cerca di condizioni che non si sarebbero mai potute verificare.............. condividerti nell’estensione della creatività.


clicca le note per ascoltare
Barbra Streisand - Woman in love




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26 marzo 2008

PIANURA

 
Josemite Valley - Albert Bierstadt (1830 - 1902)

Ero un organismo ancora in formazione ma c’erano premesse gloriose: sapevo di aver in corpo il futuro.

IL mio giovane padre: penetrante vigoroso veloce, nato da una primitiva sorgente aveva saputo infiltrarsi con astuzia fra i crepacci dirigendosi lontano verso la vastità acquitrinosa e salmastra che si stendeva ai piedi delle alture.

L’armonia non mi conveniva, non era affar mio avere una corporatura equilibrata. La mia configurazione era difforme incerta disorganica per la varietà sconclusionata di elementi che la componevano: materia vegetale, minerali disciolti, resti organici, sassi e sabbie non ancora ben agglomerati che, trascinati fra le schiume, piano piano andavano a costituire il sostengo della mia anatomia a venire.

Nei giorni chiari quando i miasmi della palude si diradavano, le genti insediate al sicuro negli anfratti fra le montagne intorno, guardavano al basso e mi vedevano crescere. Controllavano la velocità di sviluppo in termini di generazioni, e ogni generazione riferiva alla successiva le modificazioni, le nuove estensioni che aveva annotato nella memoria fin dalla comparsa del primo grumo di materia.

Quando avevano voglia di compagnia si davano la voce dai picchi e nel rimando degli echi volava il desiderio di incontrarsi. Sapevano che a loro non sarebbe toccato e ….……. parlavano ai nuovi nati di questo desiderio e del giorno in cui sarebbe stato possibile. Bisognava aspettare che mi distendessi sempre più, colmando lo spazio malsano e pericoloso che li separava.

Nel tempo si compattava la mia struttura,  i torrenti sorgivi, irregolari e dispersi, perdevano la loro irruenza incanalandosi nella formazione del fiume, i licheni davano spazio ai fiori acquatici, gli uccelli portavano nel loro guano semi per le foreste, l’humus mi rendeva fertile, gli animali pioneri scavavano ricoveri nel mio corpo…...

E venne l’istante dell’uomo. Come previsto, i nati dell’ultima generazione seppero di poter osare. A gruppi, per proteggersi e non avere paura, guardinghi discesero i canaloni fino alle acque. Avevano scelto i giorni di primavera quando gli umori si rigenerano. Odori nuovi e forti salivano a stuzzicarli e le energie ricaricate premevano alla scoperta. Le selve offrivano ospitalità e gli spazi aperti sulle rive del fiume sfoggiavano un gran spolvero di fioriture, si sentirono a proprio agio e restarono. I più audaci cercarono guadi per attraversare la corrente e conoscere chi viveva sulle alture di fronte.

Uniti, il loro vigore dilagò……. ma c’era nel rimescolarsi delle esperienze un’evidenza che non lasciava dubbi: l’ottusa inabilità alla lungimiranza, erano consapevoli solo di un fragile spicchio di durata.

Annusai per la prima volta quegli esseri venuti a carpire segreti, a possedermi gettandomi in una rete di discontinuità, capace di spezzare d’improvviso progressioni durate milioni di anni.

Mi interrompeva l’intollerabile cognizione di pensarmi fra ciò che ero divenuta, in forza di circostanze naturali, e ciò che d’ora in avanti l’inciampo umanizzante avrebbe prodotto. …. eventi dalla forza dirompente, che non si proponevano intuitivamente lineari, ma come anticipazione di congiunture ancora ignote.

Trattenuta ai bordi di stravolgimenti inattesi ero confusa, in una dimensione dove i vincoli vitali che legano le epoche, apparivano strappati da circostanze capaci di rivoluzionare il senso del mio esistere.

L’attimo iniziale, la mia origine, proiezione generatrice di forme....... messi in scacco da questa insospettata intrusione - in grado di darmi dinamismi imprevedibili - avrebbero avuto ancora la forza di appartenermi?

Questo interrogativo oscilla incerto, resta lì a mezz'aria sospeso ai collegamenti della storia, non sono in grado di rispondere: lo lascio aperto........


Jeroen van Veen - Minimal prelude 01




permalink | inviato da specchio il 26/3/2008 alle 15:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (65) | Versione per la stampa
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