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SPECCHIO
* *L'artista sarà tanto più perfetto quanto più in lui saranno separati l'uomo che soffre e la mente che crea; e tanto più perfettamente la mente assimilerà e rielaborerà le passioni che sono il suo elemento* * (T.S.Eliot)


Diario


30 gennaio 2012

FILATROCCA DELLE BUCCE

In una filastrocca bucciosa, alimentata delle inesuribili piccole cose in cui le narrazioni restano impigliate, probabilmente si troverebbero a loro agio anche altri vegetali.

Ma questi  sono venuti a pungolarmi. Hanno fatto capolino sull’uscio del passato con la loro voglia di essere sprigionatii dalle celle segrete in cui il tempo della memoria li  aveva  esiliati...

 

Non ho bisogno di socchiudere gli occhi  o di concentrami,  mi basta intravedere la presenza dorata dei mandarini perché  subito nell’aria torni a volteggiare il profumo antico, aspro e persistente delle loro bucce che mi avevano insegnato a far sfrigolare sui cerchi arroventati della stufa a legna. E la stanza si riempiva, piano piano di questo aroma festoso che aveva bisogno di essere continuamente alimenato  da nuova materia prima per non perdere la sua intensità e noi ragazzi  la fornivamo con entusiasmo...

Una  ingenua abitudine che  nei  quartierini tecnologici in cui adesso stiamo stipati è impossibile  da  rivivere.

 

Con le arance il rituale era un po’ diverso: bisognava guadagnarsi il piacere  di veder comparire  gli spicchi.  Succedeva solo a tavola.

Si procedeva  cautamente alla   spartizione della buccia  in varie sezioni  per staccarla. Bastava tenere a bada la fretta e non essere troppo maldestri per farne comparire qualcosa di simile ad un grosso fiore con i petali.aperti  su un cuore biondo.

Il premio era doppio: avevamo imparato a star bene a tavola e potevamo  goderci la dolcezza del succo. Peccato che questa oasi di bon-ton avesse vita breve...appena fuori dalla portata degli educatori ci  divertivamo a strizzare le bucce sprayandoci  negli occhi il loro umore urticante e il gioco finiva in lacrime.
                      Continua...                                                     C.P.




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24 gennaio 2012

INTERNECTASIE


IL BOOKTRAILER DEL MIO VOLUME INTERNECTASIE




 




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13 gennaio 2012

THE ART OF LOSING

 L’ARTE DI PERDERE

L’arte di perdere non è una disciplina dura
tante cose sembrano volersi perdere
che la loro perdita non è una sciagura.

Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta la tortura
delle chiavi di casa perse, delle ore spese male.
L’arte di perdere non è una disciplina dura.

Esercitati a perdere di più, senza paura:
luoghi, e nomi, e destinazioni di viaggio.
Nessuna di queste perdite sarà mai una sciagura.

Ho perso l’orologio di mia madre. Era
mia ed è svanita – ops! – l’ultima di tre case amate.
L’arte di perdere non è una disciplina dura.

Ho perso due vasti regni, due città amate,
due fiumi, un continente. Mi mancano,
ma non è mica un disastro averle perdute.

Nemmeno perdere te (la figura, la voce allegra
il gesto che amo) mi smentirà. È chiaro, ormai:
l’arte di perdere non è una disciplina dura,
benché possa sembrare (scrivilo!) una sciagura.

Elizabeth Bishop

Non c’è nulla che si possieda per sempre... ma non è “una sciagura”.
Con questo assunto che scorre in tutta la composizione; con questa sotterranea intelligenza autoironica l’autrice alleggerisce e stempera la durezza di un’esistenza solitaria, tormentata dall’alcolismo e dalla depressione: ricuce la lacerazione fra individuo e società.
Le cose ci passano accanto noi possiamo avvicinarle, sfiorarle, ma non saranno mai nostre a lungo è un gioco di spogliazione che fa star male, ma se si impara rende quasi invulnerabili, argina anche la più desolante delle perdite.
Sembra che nulla debba restare, ma è nell’ultimo verso che si rivela la certezza penetrante dell’autrice, è con quella parola “scrivilo!” che sigilla il suo pensiero. come un graffio sulla pagina.
Un imperativo chiuso fra due parentesi come ad avvolgerlo in un abbraccio protettivo così che sia chiara e incontrovertibile la sua forza. Perché in questa continua dispersione di affetti e di situazioni la scrittura resta, sola custode a tramandare come l’antico cantore, ciò che è stato.
                                                                                                     C.P.




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3 gennaio 2012

CI RITROVIAMO...

 ...interdisciplinari, interfacciati, interconnessi o solo interrotti?
Le situazioni ci passano accanto, ci sovrastano, si fanno gesto occasionale.
Le nostre vite sembrano dei blob, saltano da un momento all’altro, da una circostanza all’altra con un filo conduttore così esile che non riusciamo nemmeno a percepirlo.
Manchiamo ormai della conseguenzialità: ogni azione risulta sganciata dalle precedenti e dalle successive, senza che un flusso fondante ci attraversi per motivarle.
Questo vuol dire che dobbiamo abbandonare la possibilità di collocarci nella logica progressione temporale di una storia soggettiva o comune?
E non abbiamo più gli strumenti per analizzare le nostre azioni in termini di cause ed effetti... la parola responsabilità deve essere bandita?
Le ultime riflessioni dei filosofi ci offrono un pensiero debole.
Già la scelta di questo aggettivo per definire il pensiero è indicativa della difficoltà di approfondire in modo sistematico se non definitivo l’esperienza della verità, che viene proposta, non come tratto “forte” di cui appropriarsi “ma come orizzonte e sfondo entro il quale ci si muove”.
Ci muoviamo dunque, il dinamismo, la velocità come caratteristiche proprie del nostro tempo, condizionano i fatti personali e sociali. Noi scorriamo e corriamo dentro un orizzonte mutevole che muta insieme a noi.
Ogni azione viene sollecitata dall’incalzare di quella successiva, tutto si agita senza che appaiano mutazioni sensibili.
E’ possibile che da questo convulso procedere di scambi e di baratti emotivi sgorghi una nuova ricchezza?
La fonte attiva del rinnovamento riuscirà a galleggiare al disopra dei processi conflittuali che ci aggrediscono offrendo a un’intelligenza, ancora ignota, l’intento di guidare i nostri passi?
Tante domande... nessuna certezza.
Il senso dell’erranza, dell’immersione continua in un’attualità apparentemente senza prospettive fa paura. La sfida è riuscire ad accoglierlo come sorgente diversificante... fiammante copiosità a cui attingere.
Resta un’attesa: che le nostre risorse genetiche elaborino un nuovo sistema di adattamento molteplice e poliedrico che ci permetta di analizzare e riconoscere la condizione post-moderna “come campo di possibilità e non la pensi solo come l’inferno della negazione dell’umano”.
                                                                                               C.P.




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24 dicembre 2011

*****




All'anno prossimo...




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19 dicembre 2011

SPRECHI

 

Ero insofferente, pestavo i piedi, tentavo di ribellarmi, ma ho imparato fin da piccola a raccogliere anche l’ultima briciola  dal mio piatto, prima di alzarmi da tavola... la bisnonna  lo esigeva con fermezza.

Potenza dell’abitudine: adesso faccio persino la scarpetta...Lo so,  non è un gesto elegante e almeno in pubblico si dovrebbe evitarlo. Ma quando sono in privato lo faccio, anche perché dopo un colloquio confidenziale con la mia lavastoviglie ho saputo del particolare apprezzamento che riserva agli oggetti messi a sciacquare senza residui viscosi, letali  al suo sistema circolatorio.

L’insofferenza mi è rimasta. ma ha virato al contrario. Non sopporto le porzioni traboccanti che propongono i ristoratori, sono costretta a lasciare nel piatto un residuo desolante ... e peggio sarebbe per la mia incolumità se lo consumassi tutto solo perché l’ho pagato.
Nei nostri ristoranti  non è abbastanza diffusa l'abitudine di offrire una doggy-bag ai clienti risparmiosi che vogliono portarsi a casa gli avanzi del pranzo.



Ma il più vergognoso degli sprechi di cibo l’ho incontrato sulle navi da crociera.

  non ci si sazia mai!

Non bastano i pranzi, le cene tracimanti servite nei saloni di rappresentanza, ogni angolo della nave é inzeppato da fantasiosi allestimenti dove occhieggiano stuzzichini, tramezzini, crostini, pasticcini, bocconcini che con quei   nomi declinati al diminutivo sembrano niente  ma sono un concentrato di calorie e se poi per ingurgitare meglio si  approfitta  dei beveroni colorati  l’attentato alla linea e alla salute è completo.

In queste circostante sono presa da un brivido di prepotenza, cerco di controllarmi ma vorrei strappare il microfono al primo  animatore che mi trovo a tiro per diffondere il mio   disappunto.

Non ne ho il diritto,  e  non mi sono mai permessa di farlo.

Quello che continuo a chiedermi è il motivo: c’è un vuoto da colmare?

Può darsi,  nessuno di quelli  a cui l’ho chiesto ha saputo rispondere e anche gli esperti offrono diagnosi poco convincenti.

Ripensando a  questa esperienza...  è solo uno degli anelli di una catena di sprechi che gravitano intorno alle nostre giornate. Basterebbe  aprire gli sportelli dei frigoriferi, controllare le dipense, gli armadi, le stanze stipate di oggetti inutili  con qualche distacco, per rendersi conto di quanto c’è di superfluo  e pretenzioso nelle riserve che custodiamo con orgoliosa supponenza.

Mi viene  da immaginare che tanti eccessi siano solo il riflesso di una  faccenda legata ad altri sperperi... di gran lunga più maligni e insidiosi che si infiltrano in tutte le fibre delle nostre organizzazioni sociali.

Nessuno di noi si sente  ben collocato: sembra che ogni inclinazione, passione, vocazione, disposizione,  preferenza debba essere   messa da parte per orientare le scelte verso esigenze che non tengano in nessuno conto il singolo individuo ma unicamente le norme, le consuetudini e le occorrenze della comunità.

Una castrazione imposta da canoni  che la nostra organizzazione collettiva sempre più intricata e macchinosa  prescrive, che ci sovrastano con la forza delle loro richieste oppressive....

È possibile ipotizzare una comunità  tanto  equilibrata e consapevole da permettere. ai propri componenti di accarezzare aspirazioni e anche di più, che queste abbiano qualche occasione  per  concretizzarsi?

A volte succede, ma per la maggior parte di noi è un’utopia...

La costrizione a fare cose per le quali non abbiamo alcuna attitudine ed eseguiamo con faticosa buona volontà spesso con dilettantismo e imperizia, per non dire di peggio, non è il più pericoloso e crudele degli sprechi?

Rovinoso per l’infelicità che produce ai singoli, forzati a sostituire con surrogati di compensazione la penuria di appagamento, fatale e letale per una società cinica che  ha perso stile e  disimpara a germogliare e maturare pretendendo il meglio da chi la sostiene e la vive. 
                                                                                                         C.P.




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11 dicembre 2011

LE DITA DELLA MANO

Io, mignolo 

Con la scusa che sono il più minuscolo non sono considerato come mi piacerebbe.
Riconosco di non avere una struttura da colosso, ma anzi proprio per questo, ho le mie peculiarità.
Le occasioni che si presentano per offrire prestazioni confacenti alle mie dimensioni non sono molte. È appunto in queste circostanze che posso farmi valere: cerco di essere preciso, sollecito e posso dire, senza falsa modestia, che le cose mi vengono piuttosto bene.
Faccio di tutto per dimostrare che la mia presenza non è priva di efficacia e mi piacerebbe partecipare attivamente insieme agli altri alle realtà operative a cui si dedicano
Sono sottile e quando c’è la necessità di intrufolarsi in un piccolo pertugio chi meglio di me può farlo?
Devo confessare, con rammarico, a questo proposito che quando qualche umano sconsiderato fa crescere la mia unghia a mo’ di uncino per usarla a scopi che definire disgustosi è troppo poco, l’unica soluzione sarebbe avere a disposizione il conforto di una tasca dentro cui imboscarsi.
C’è anche un’altra cosetta che mi disturba più di quanto vorrei: quando pollice, medio e anulare si alleano strettamente lasciando indice e me sporgere in un atteggiamento sconcio e disdicevole; ho provato a ribellarmi irrigidendomi, . ma vengo preso da crampi dolorosissimi che mi scoraggiano dal seguitare in queste iniziative.
A volte penso a come sarebbe la mia vita se fossi più grande e alle opportunità maggiori di cui disporrei; ma no, non vale la pena di farsi prendere dalla malinconia. Sono convinto che esserci faccia bene all’estetica della mano, io la completo e se non ci fossi mancherebbe la grazia.
E poi che dire di quelle circostanze in cui la mia presenza, offre alle signore l’opportunità di far notare quanto sono chiccose. Nell’intimità complice delle confidenze fra amiche per il tè, mi sollevano graziosamente mentre reggono la tazza, allora sento di aver contribuito a rendere più garbati e armoniosi i rapporti umani ...vi pare poco?...

                                                                    C.P.




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30 novembre 2011

LE DITA DELLA MANO

Io, anulare

 

Se fossi vanitoso avrei dei buoni motivi per inorgoglirmi. Sono il dito più agghindato della mano.

Non c’è  foggia di anello - il mio nome arriva da lì - che io non sia costretto a portare, dai cerchietti semplici ai   più artistici ed elaborati.

Non li sopporto: se stringono troppo mi provocano dei gonfiori, se sono troppo larghi scivolano fuori e devo assitere a  scene  di disperazione incresciose e incomprensibili.

Non importa che siano di gran valore oppure  di materiali poveri tutti mi danno incomodo.

Si mormora che molti di questi ornamenti abbiano un valore simbolico: un impegno preso per la vita... e perderli sia di cattivo augurio.

Può darsi, io faccio fatica a capire come ragionino gli umani, bado ai fatti miei, la mia aspirazione è di poter lavorare senza orpelli e di eseguire agilmente i compiti per cui sono stato progettato. 
A volte mi chiedo come si sentirebbero le altre parti del corpo se fossero costrette a portare addosso dei cerchi metallici, con delle borchie o delle decorazioni che quando si spostano creano guasti.
Se ne avessero la possibilità, testa gambe schiena braccia mani piedi e organi interni. che lavorano silenziosamente si  esprimerebbero: alzando un ululato di rimostranze per quanto gli umani li maltrattano.
E anch’io, benchè  limitato, strillerei insieme a loro
Questa faccenda fra l’altro è  deleteria anche per i  rapporti sociali e non è solo un’idea mia, anche le altre dita che ogni tanto risultano coinvolte in questa sgradevole abitudine  condividono il mio parere. Ritengono di essere perfette così come sono e di non aver bisogno di decorazioni per apparire più eleganti o sosfisticate. 
Soprattutto i
  confratelli indice e medio non potendo evitare il contatto con questi aggeggi  quando la mano si chiude o lavora  si innervosiscono colpevolizzandomi, non si rendono conto che non ho voce in capitolo e devo subire...
                                                                                            C.P.




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22 novembre 2011

INTERNECTASIE

È USCITO INTERNECTASIE   IL MIO LIBRO CHE RACCOGLIE I POST PUBBLICATI SUL BLOG

QUI LA SCHEDA DEL VOLUME  CON NOTA CRITICA DI PAOLO RUFFILLI




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16 novembre 2011

LE DITA DELLA MANO

Io, medio

 

Sto nel mezzo, come dice il mio nome, una medietà avvilente perchè mi sono sempre visto più alto della media,  ho una  struttura atletica,  un  bell’aspetto: insomma  mi sento piacioso.

A volte ho un piccolo bozzo sulla seconda falange dovuto all'uso della penna, non mi disturba, anzi, sono contento che qualcuno scriva ancora così.

Non ho mai capito in che cosa consistano i miei compiti, ammesso che possa averne di specifici, mi occontento di pensarmi come appartenente ad un insieme utile e attivo.

Sono andato avanti da sempre senza  attitudini particolari, con tranquillità facendo del mio meglio.

Di recente però si è verificato qualcosa di imprevisto che non avrei mai osato immaginare: Maurizio Cattelan  mi ha dedicato una enorme scultura che mi immortala in un atteggiamento provocatorio e le mie azioni sono salite vertiginosamente.

Non c’è di che vantarsene, ma ormai sono percepito come la metafora di una volgare ingiuria, un gestaccio che persino le signore della buona società, agghindate con paludementi firmati e costosissimi, non si vergognano di  esibire in pubblico, anzi “rivendicano con orgoglio”.

Incredibile!

I  tempi  devono essere  cambiati  se per diventare popolare ho dovuto subire la mortificazione di vedermi esemplificato in un insulto, con il pretesto di servire  l’arte...

Purtroppo la villania è diventata di moda, e c’è  una corsa a chi inventa l’improperio più  originale e televisivamente efficace, ma non pensavo che  si sarebbe arrivati a prendere di mira  un povero dito che non ha strumenti di difesa.

È un contesto che mi deprime e ditemi voi se non ho buoni motivi per risentirmi con chi mi ha inguaiato; anch’io aspiro ad entrare nella storia, ma non come raffigurazione di un così grossolano e gratuito invito...

Mi chiedo:  perchè proprio  a me?... i casi della vita sono indecifrabili!.

                                                                                                        C.P.




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6 novembre 2011

LE DITA DELLA MANO

Io, indice

Non ne posso più, l’unica voglia che mi resta è di incontrare quel geniaccio che ha avuto l’idea di affibiarmi un nome simile e i relativi incombenti, per dirgliene quattro...

Non è solo la storia del nome che mi incomoda, ma  il resto che ne consegue.

Questo appellativo è diventato il mio destino: devo indicare, additare, segnalare con  un gesto cose significative, inconsuete,  su cui valga la pena di soffermarsi. E fin qui niente di  che...è nel momento in cui succede qualcosa di grave, di cattivo o di spaventoso su cui sarebbe mio compito richiamare l’attenzione, che mi sento perso, vengo invaso da una gran pena e invece di slanciarmi  in  fuori  staccandomi dalle altre dita per fare il mio dovere, ho solo il desiderio di stringermi ancora di più a loro per cercare protezione.

Non ho mai confidato a nessuno questa  incapacità anche se  sospetto che le consociate l’abbiano intuito.

Vorrei chiarire che il mio atteggiamento non dipende da  pigrizia o vigliaccheria: quando mi trovo davanti a eventi drammatici  comincio a tremolare... e a che serve un’indicazione vaga e tremolante?

L’imprecisione, la vaghezza sono diventate le mie nemiche peggiori. Non riesco a controllarmi, è un’inadeguatezza che mi mette a  disagio e va crescendo di giorno in giorno, a nulla sono serviti i rimedi consueti: terapie mediche, agopuntura, massaggi,  sembra che la diagnosi  sia difficile e come al solito in questi casi si finisce per parlare di un non  meglio  identificato disturbo psicosomatico.

Sarà così?...

Con la dovuta circospezione ho preso appuntamento con uno psicoterapeuta, chissà che non riesca a  risolvermi la situazione...vi farò sapere. 

                                                              C.P.




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30 ottobre 2011

LE DITA DELLA MANO

Io,  pollice

Mi accusano di non essere allineato, come il cugino alluce che sta là in fondo sul piede, di non rispettare le regole, di oppormi a tutti gli altri, di fare il prepotente solo perché  ho la fortuna di essere  il dito più grande e robusto.

Non è vero che approfitto della  mia vigoria per fare ciò che mi va, è una  calunnia messa in giro dalle dita colleghe per inficiare la mia attendibilità.

Credetemi, ho un’unica aspirazione: collaborare...soprattutto con  indice  e medio quando si tratta di tenere con delicatezza oggetti piccoli o sottili.

E che dire delle situazioni malagevoli, quando le mie prerogative risaltano meglio. Perché, sappiatelo  di situazioni così ce ne sono eccome!  Ogni volta che si tratta di stringere, afferrare con energia, aggrapparsi, chi si flette docilmente senza sforzo? ... il  pollice, cioè io. E non parliamo poi dei momenti in cui capita di doversi difendere,  e il pugno deve essere chiuso, ben stretto perchè le nocche  allineate costituiscano un corpo unico a protezione della nostra incolumità, lì il  mio ausilio  è essenziale.

Intendiamoci,  non amo le situazioni in cui  ci si debba confrontare con la forza, non mi disturba chi discute ma lascio volentieri agli organi vocali l’iniziativa di dirimere le divergenze.

Forse esteticamente la mia posizione può sembrare sgraziata, disarmonica, quando la mano è distesa io sporgo troppo, sciupo l’armonia dell’insieme, sembro fuori posto, ma  i vantaggi mi sembra che compensino largamente questo aspetto.

Ricordo benissimo che nei secoli passati  ero preposto a compiere un gesto decisivo che poteva indicare vita o morte. Per fortuna,  non è più in auge e mi fa un gran piacere che questa responsabilità mi venga risparmiata.

Ultimamente sono di nuovo stato riesumato come iconcina di gradimento in un socialnetwork: questo tanto per segnalare che continuo anch'io ad avere i miei spazi di popolarità.

E che ne dite del piacere che offro ai neonati quando mi lascio succhiare a volte così a lungo che resto intorpidito e dolorante. Mi sono mai lamentato?

Mi dispiace  che nessuna delle altre dita   riconosca l’importanza delle mie peculiarità.

Le mie prestazioni sono così numerose e mutevoli che non riesco nemmeno a registrarle  e vorrei vedere come se la caverebbero le consorelle se  smettessi di lavorare.

Tempo fa mi era stato suggerito un motivo interessante per  negare il mio sostegno e penzolare inerte disturbando la funzione nonchè la raffinata sensibilità delle altre dita. Poi, non so come, mi è uscito di testa. Sono però sicuro che se dovessi capitare in  una contesa  insostenibile  lo recupererei  per rintuzzare come meritano quelle quattro presuntuose e la loro spocchia.

                                                                C.P.




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19 ottobre 2011

COS'È...

Quando il nostro professore di letteratura voleva metterci in imbarazzo ci chiedeva cos’erano le cose: cos’è una matita,  uno sgabello, una stanza... Rispondere risultava impossibile.

Si ripiegava descrivendone la forma o l'uso senza riuscire a definirne l'essenza...e inaspettatamente ci aleggiava intorno  una vaga  sensazione di inadeguatezza come se  ciò che non riuscivamo a spiegare  d’improvviso perdesse la propria attendibilità.

 

E un foglio di carta cos’è?  

So di averlo utilizzato in tanti modi: ritagliato, piegato e sagomato per giocarci, scarabocchiato,  stropicciato e gettato nel cestino, ci scrivo delle parole che poi cambio, riprendo o cancello...  forse è  una bandiera, il  vessillo candido della resa  a cui il nostro pensiero si consegna per non disperdersi perché ha voglia di esistere non importa se non è particolarmente profondo o elegante vuole esserci anche lui.

È solo una stratificazione di cellulosa o  un vuoto abbagliante?... dentro cui leggere le storie dei viventi, come se ci apparissero inglobate in una sfera di cristallo che ci è capitata tra le mani per caso e scrutiamo sgomenti prima di passarla ad altri perchè  l'interrogazione non si interrompa... 

Noi ci ritroviamo tutti in quell’abbaglio, esseri umani e cose, stigmatizzati dalla parola che ci nomina e descritti per quello a cui serviamo, la nostra natura si nega al  bisogno di essere riconosciuta  e ci accomuna nella coscienza dell’indefinibile.

                                C.P.

 

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12 ottobre 2011

OGGETTO DA FAVOLA

IL CALZINO

 

Lì dentro conversando con gli arnesi della pesca riuscì ad avere notizie su Pescatore. Seppe così che era un giovane studente e oltre ad avere l’hobby della pesca dedicava parte del suo tempo libero al volontariato.

Volontariato? Cosa fosse lo capì qualche giorno dopo: consisteva nel fare compagnia ai bambini ricoverati nell’ospedale della sua città. Per distrarli inventava delle storielle comiche con pupazzini che muoveva con le mani, una specie di teatro dei burattini fatto con mezzi di fortuna. Per questo era sempre alla ricerca di idee nuove che poi realizzava con pezze, stracci e altri oggetti di recupero. Ogni personaggio aveva caratteristiche ben definite una voce e una storia, come le persone vere.

Così Calzino diventò il prof. Lamp. Con qualche imbottitura qua e là, l’aggiunta di fili di lana sulla testa e un tocco di colore, ecco materializzarsi il professore: timido, impacciato da un corpo lungo e magrissimo, che quando si muoveva suscitava le risate impietose dei suoi studenti... Per contrasto gli fu inventato un vocione stentoreo che rendeva ancora più evidente la sua scarsa prestanza fisica.

Le sue disanvventure erano sempre nuove, spiritose e i bambini le ascoltavano incantati.

Si era lasciato trasformare di buon grado: aveva capito che sarebbe cominciata per lui una nuova vita... finalmente stava per diventare qualcuno!

Non c’era tempo di annoiarsi: quando era in pausa commentava insieme agli altri personaggi gli avvenimenti della giornata e, anche se non potevano intervenire sui progetti di Pescatore, si divertivano ad immaginare le nuove avventure che avrebbero interpretato.Presto formarono una squadra ben affiatata. Certo non erano eroi, ma non tutti possono esserlo e poi perché no, anche un pupazzo di pezza può sentirsi eroico quando si rende conto che quello che fa è utile e serve a dare uno sprazzo di sorriso a chi non sta bene.

Non avrebbe potuto chiedere di meglio che continuare così.

Infatti continuò davvero così molto a lungo - non si sa per quanto – come abbiamo già detto, gli oggetti non hanno il senso del trascorrere del tempo, ma Calzino non cessò mai di ringraziare la sua buona stella che l’aveva fatto arrivare nel posto giusto al momento giusto.

                                                                                          C.P.




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4 ottobre 2011

OGGETTO DA FAVOLA

IL CALZINO

 

 Dal dormiveglia al sonno e poi... il riveglio. Appoggiato sulla sponda del torrente al tepore del sole che gli toglieva di dosso tutta l’umidità riprese vita. Scoprì  quello che aveva tanto desiderato conoscere: quello che c’era fuori dal magazzino, dall’appartamento, dal cassetto... gli spazi aperti, l’odore della terra e delle erbe, la maestà degli alberi, il colore del cielo tanto simile al suo quando era appena nato, il barbaglio delle stelle e tutti quegli strani piccoli esseri che gli volteggiavano intorno e lo stuzzicavano con le loro ali.

Non mancarono momenti di panico, quando un cane si avvicinò per annusarlo e gli diede una buona strapazzata o quando un acquazzone lo infradiciò fino all’ultima fibra. Nel complesso però si trovava bene: se c’era troppo sole i cespugli lo ombreggiavano, i rumori che sentiva gli piacevano, era bello guardare e anche se lui non poteva muoversi tante cose si muovevano intorno a lui e gli venivano incontro.

Sarebbe rimasto tutto così? Calzino se lo chiedeva e la sua indole gli faceva sperare di no, anche se onestamente non poteva negare che la situazione attuale fosse di gran lunga migliore di quella precedente. Un mattino presto fu svegliato da strani rumori, talmente insoliti in quel posto isolato da metterlo in allarme. Conosceva bene gli umani, identificò subito l’esemplare che venne a sedere vicino a lui e si tranquillizzò. Era un giovane pescatore. Sistemato il suo armentario gettò l’esca e si mise calmo ad aspettare. Si capiva subito che la pesca era solo un pretesto, non gli importava molto se i pesci non abboccavano il bello era poter stare solo e seguire i pensieri che gli rimbalzavano in testa.

Vide subito Calzino, che per qualche misteriosa associazione gli ricordò un suo vecchio professore. Anche il professore aveva la pelle di un colore indefinibile ed era lungo e allampanato. Pensò che forse avrebbe potuto utilizzarlo in qualche modo e prima di andarsene lo mise nella sua sacca.

                                                                                     C.P.

continua...




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26 settembre 2011

OGGETTO DA FAVOLA

IL CALZINO

 Aveva passato qualche momento di quiete nel cestone della biancheria sporca, scambiando due parole con il suo gemello, stanco e indolenzito anche lui - ma molto meno polemico contro la sorte che li aveva condannati a quel travaglio quotidiano – quando venne infilato nella lavatrice. Fortuna che il rumore della macchina copriva quello della sua voce, ci sarebbe stato da scandalizzarsi ad ascoltare l’indecifrabile mescolanza di imprecazioni fra strani gorgoglii, risucchi d’acqua e bolle di detersivo.

Uscito da quel vortice, frastornato ed esausto, si ritrovò appeso a un filo e non gli dispiacque affatto di tornare, una volta asciutto al vecchio dormitorio nel cassetto.

La situazione andò avanti con questa alternanza: lunghe ore di strizzature umidicce e ammorbanti fra scarpa e piede e odiatissime immersioni nell’ammollo della lavatrice.

Benché attento a ciò che gli accadeva intorno non aveva ancora escogitato una soluzione che lo liberasse da quelle torture, quando un giorno per un guasto nel programma della lavatrice fu risucchiato dal  turbine dell’acqua di risciacquo dritto nel tubo di scarico.Si sentì perduto, mezzo affogato trascinato con una violenza che conosceva per la prima volta, non sapendo come comportarsi: scelse la resa.Si lasciò andare cercando di non opporre resistenza e fu solo grazie alla duttilità e alla buona struttura delle sue fibre che riuscì a superare senza troppi danni lo stretto percorso che lo portò alla fognatura.

Galleggiare su una massa di liquame fetido non era certo piacevole, ma almeno per il momento era salvo. Spostandosi lentamente cercava di capire quel che gli era successo, l’unica cosa che gli venne di pensare fu che per qualche misteriosa via il suo desiderio di cambiamento fosse stato esaudito. E anche se la nuova situazione non prometteva niente di buono decise di non perdersi d’animo e continuò a tenersi a galla con circospezione.

Difficile dire quando – gli oggetti hanno una scarsa nozione del tempo – ma a un certo punto intravide in lontananza un chiarore, il liquame cominciò a scorrere più in fretta e si trovò fuori dalla fogna nell’acqua fresca di un piccolo torrente. Il cambiamento di temperatura dell’acqua e dell’ambiente gli rinnovarono le energie. Rincuorato dalla svolta positiva che l’avventura stava prendendo si distese, in uno stato di dormiveglia, per continuare il viaggio.

                                                                C.P.

continua...

 




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19 settembre 2011

OGGETTO DA FAVOLA

IL CALZINO

  C’era una volta Calzino...

lungo ed elegante in cotone leggero di un bell’azzurro spento.

Appena nato era stato avviato sul nastro trasportatore verso la zona di  imballaggio: un percorso breve ma non privo di sorprese.

Tutto procedeva bene quando all’improvviso si vide affiancato da un  calzino uguale a lui e pinzato sgarbatamente al calcagno con un gancetto metallico. Non era un piagnone, ma questa faccenda lo indispettì. Smaltito il bruciore della pinzatura si rese conto di avere un gemello.

Non meravigliamoci di tanta prontezza nell’afferrare la situazione. Gli oggetti non hanno una famiglia che li appoggi, non hanno scuole né maestri  che li aiutino a capire il mondo che li circonda ma nascono con un dono: appunto questa capacità intuitiva che li aiuta a cavarsela anche nei momenti difficili.

I due gemelli non ebbero granché da raccontarsi: erano perfettamente uguali e fino a quel momento avevano avuto le stesse esperienze.

Passarono dal laboratorio, dove erano nati, al magazzino e poi a un buon negozio di abbigliamento maschile. Dopo qualche giorno un ragazzo li comprò, finirono in un cassetto e   rimasero chiusi lì per un po’. ..

Non bisogna pensare che i gemelli abbiano lo stesso carattere, anzi spesso sono molto diversi.

Calzino era il più insofferente fra i due, si lagnava di continuo. Gli seccava di vivere isolato da tutto: era impaziente di sapere e gli sarebbe tanto piaciuto guardarsi intorno e scoprire cosa succedeva fuori dal cassetto.

L’altro gemello era di indole pacifica, preferiva starsene quieto accomodato nella sua custodia e questo rendeva Calzino anche più nervoso, gli sembrava impossibile che esistessero esseri così apatici e per niente curiosi.

Qualche notizia gli arrivara dagli indumenti adagiati insieme a lui, ma erano informazioni scarse perché gli indumenti, quando stanno nei cassetti ben piegati, non hanno nessuna voglia di parlare, dormicchiano quasi sempre.

Venne finalmente il momento della prima uscita e scoprì qual era il suo compito.

Non possiamo sapere se avesse delle aspettative particolari: a parte il desiderio generico di cambiare situazione: non aveva mai confidato a nessuno le sue aspirazioni.

Certo è  che non fu trovandosi stretto fra un piede umano e una scarpa che si realizzarono. Dopo una giornata passata in quelle condizioni l’unica cosa che desiderava era di essere lasciato in pace in qualche angolo. Cominciava  a capire che forse gli altri  che condividevano  il cassetto con lui  non erano poi da biasimare se avevano solo voglia di riposare  tranquilli.

Ma le sue peripezie non erano finite.

                                                                                 C.P. 

                                                                                                                            continua...




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15 settembre 2011

ATLETI DI GHIACCIO

 

 

 

Prestazioni migliori nello sport, smaltimento veloce dell'acido lattico post-allenamento e recuperi più veloci dopo un trauma.

Come? Grazie al ghiaccio. Ed è davvero una novità?

 

I recuperi dopo un trauma e lo smaltimento dell'acido lattico sono più veloci con il ghiaccio?

 

E' utile anche per migliorare le prestazioni?

 

Le camere crioterapiche esistono anche in Italia?

 

Ma risultano utili per lo sportivo amatoriale?

 

Il dottor Piero Volpi risponde   qui

 




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6 settembre 2011

****

 

Quando nessuno ci guarda ci sentiamo invasi da scioltezze e disinvolture, sgravati dalle incombenze stancanti  e scomode che la presenza dell’altro  richiede.

 

Stravaccarsi col bicchiere in mano... niente da rimpiangere,  lasciare che le scarpe offendano il delicato tavolino di cristallo  e  gli oggetti d’uso si accumulino intorno senza ritegno... alzare il volume dello stereo alla faccia dei  sensi di colpa, liberi  da progetti e da mete, verso un  futuro che non chieda più sottrazioni.

Di quando in quando si riaggalla da questa  spirale elusiva, si fa strada una consapevolezza pungente e lo sguardo cade sull’ultimo libro.

Leggere... si può fare, senza troppa partecipazione,  solo perché il tempo passi con meno guasti. Ce ne sono altri sugli scaffali, di autoroni importanti, che devono la loro fama a un mucchio di parole messe in fila in una certa maniera.

È una delle strade per diventare immortali, ma non l’unica, di certo se ne potrebbero trovare altre se le risorse personali avessero quella tempra splendente che propone orizzonti imprevedibili alla memoria dell’universo...

L’immortalità rimuginata, si affaccia improvvisa, pesantissima,  resta in aria per un attimo e poi cade sul tappeto con uno sbuffo annoiato. Sta lì, chiedendosi chi si sia permesso di tirarla in ballo in una situazione tanto squallida.

Ammessa di sguincio in un presente fatto di  particolari. che sembrano sciogliersi, con allettanti aromi nei volumi delle bevande, smania di dare accoglienza all’addensarsi di nutrimenti  capaci di far quagliare l’idea... unica prodigiosa che  balza fuori dalla vita per  reggere oltre la vita.

 

Ma il corpo ha imposto i suoi cedimenti...

E fa danno chiedersi come sia possibile carpire  questo guizzo portentoso dell’intelletto quando l’acume, ormai immerso in un bagnomaria  di torpori, rifiuta ogni sforzo,  anche il più misero come l’apertura di una finestra, per incontrare quell’altrove che non riesce  nemmeno ad essere immaginato. 

                                                                                         C.P  

 

 

       

       Enrico Simonetti - Gamma




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18 luglio 2011

ESTATE

Vacanza estiva, ci ritroviamo a settembre...

Se non l'avete ancora visto date un'occhiata a questo blog

isegretidellacasta.blogspot.com

 

Il duo SOSLO -  Painè Cuadrelli e Sergio Messina




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13 luglio 2011

Quando il cibo va in spiaggia

 

Ciambelle invitanti, cocco rinfrescante, bibite, caramelle, frutta e altri alimenti. Tutti siamo stati tentati dal cibo pubblicizzato da venditori ambulanti o bancarelle sulla spiaggia. Ma sarà ben conservato?

Ci dice tutto in dieci punti  la dottoressa Stefania Setti, medico nutrizionista all'Ospedale Humanitas Gavazzeni  di Begamo.QUI

 




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1 luglio 2011

NONSENSE

NONSENSE in ERO

Ho sognato uno sparviero
che dormiva sopra un pero
per guardarlo ho acceso un cero
mentre un alito leggero
discendeva a quota zero
e di colpo io non c'ero

anche se sembrava vero
era tutto un gran mistero

                             C.P.

NONSENSE
in  UNO

Tre per uno fa trentuno
l'ha annunciato il dottor Bruno
dopo giorni di digiuno
in quell'ultimo raduno
che ha tenuto sotto un pruno

questo non ha senso alcuno
ha insinuato qualcheduno
ma non ditelo a nessuno

                        C.P.


 Wim Mertens - Struggle for Pleasure




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22 giugno 2011

L'ultima sigaretta

 

                 

Mi colse un’inquietudine enorme. Pensai: “Giacché mi fa male non fumerò mai più, ma prima voglio farlo per l’ultima volta”. Accesi una sigaretta e mi sentii subito liberato dall’inquietudine ad onta che la febbre forse aumentasse e che ad ogni tirata sentissi alle tonsille un bruciore come se fossero state toccate da un tizzone ardente. Finii tutta la sigaretta con l’accuratezza con cui si compie un voto. E, sempre soffrendo terribilmente, ne fumai molte altre durante la malattia. Mio padre andava e veniva col suo sigaro in bocca dicendomi: “Bravo! Ancora qualche giorno di astensione dal fumo e sei guarito!”. Bastava questa frase per farmi desiderare ch’egli se ne andasse presto, presto, per permettermi di correre alla mia sigaretta. Fingevo anche di dormire per indurlo ad allontanarsi prima
                                                                                     Italo Svevo
.
Daniele Serra - L'ultima sigaretta




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14 giugno 2011

CONSIGLI

Non puoi immaginare quanto mi entusiasmi ascoltare consigli...

Mi piace smarrirmi nel caos delle perizie altrui, partecipare alle istruzioni per l’uso... della vita, che generosamente mi vengono affidate da chi ritiene di avere ormai raggiunto il meglio nello spicchio di competenza che orgogliosamente spasima di confidare.

Non mi sottraggo mai. E la ricchezza delle proposte è inesaurubile. Basta essere o fingersi incompetenti e desiderosi di imparare che subito le informazioni fioccano sulla tua attonita imbranataggine.

Non ci sono limiti: dalle ricette di cucina infallibili per servire la felicità in tavola, al montaggio degli arredi Ikea o a remunerative proposte di coltivazioni acquatiche nei sottoscala condominiali. Gli ammaestramenti per allevare al meglio il pargolo hanno un posto preminente e anche se non è tuo, di certo chi ti parla sa che qualcuno che conosci potrebbe avvantaggiarsene.

Ma il campo in cui questa attitudine raggiunge vertici sublimi è quello dei danni corporali non c’è sindrome, acciacco, morbo, patologia che non possa essere vagliata e risolta con il fai da te dei consigli. È commovente l’impegno che viene profuso nell’offrire suggerimenti sperimentati da bisavole sapienti e tramandati di generazione in generazione fino ad arrivare alle mie orecchie avide di sapere. E poi... non c’è scibile umano che non sappia arricchirsi delle accortezze di chi ha un gran bisogno di trasmettere la pratica della sua sperimentazione.

Piano piano il mio serbatoio si colma di sedimenti fruttuosi e sarebbe bellissimo poter accedere a questo vivaio esperienziale nei momenti in cui la volontà impoverita e sgomenta si dibatte senza sapere in che direzione rivolgersi. In queste circostanze tento di stabilire dei link di meditazione per restare in contatto con la ricchezza delle proposte che ho sinceramente apprezzate.

Sebbene sia consapevole del pregio delle offerte, che per la loro convenienza pratica.mi avevano fatto un gran bene, non riesco a capire che cosa capiti fra i grovigli sinaptici del mio cervello...Sarà forse per la fattura che qualche forza malvagia mi ha gettato contro o per malformazione congenita ma dopo qualche tempo i consigli si sfilacciano disperdendosi. Non ce la faccio più a recuperarli e resto senza risorse..
                                                              
                                                                                                       C.P.




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6 giugno 2011

LEZIONI

Francesco Muzzioli spiega perchè è importante cercare il nuovo.


Dicono che oggi l’avanguardia sia impossibile, ma è davvero impossibile? o siamo di fronte ad un alibi per non fare?
L’avanguardia è impossibile? ma allora è proprio ciò che vale la pena di cercare di fare.
II possibile è troppo facile, bisogna fare l’impossibile.



.




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28 maggio 2011

***

qualche giorno di vacanza.... a presto!




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18 maggio 2011

L'IMPREVISTO

Non aspettarti che qualcuno te lo presenti, la sua natura è di sfuggire a qualsiasi approccio.

Tuttavia di lui si parla continuamente perché chi ha avuto la ventura di imbattersi nelle conseguenze dei suoi maneggi subitanei e inattesi non può fare a meno di scaricarne il racconto nelle orecchie della prima creatura noncurante di passaggio.

Non c’è evento che questo improvvisatore di esperienze non sia riuscito a declinare: in danno quando è di umore maligno e qualche volta a favore, di chi incappa fra le sue tensioni estemporanee.

Assecondando certi suoi ghiribizzi può farti cadere dalla bici o sceglierti il biglietto giusto per vincere alla lotteria, a volte gigioneggia e insospettatamente ti fa incontrare chi rivoluzionerà la tua vita facendoti credere che valga la pena di essere vissuta.
I
nfaticabile, irrequieto, smanioso di presenzialismo si diffonde con energici mulinelli senza differenziazioni. Impossibile sottarsi alle sue congiure rabdomantiche.

Ma il risvolto più subdolo di queste infiltrazioni nella nostra quotidianità, l’ impegno più pregnante, lo dedica ad analizzare le conseguenze dei suoi estri. Non immaginare che lo faccia per averne un riscontro oggettivo e risolversi ad abbandonare le soluzioni più malefiche. No, per niente.... Le verifiche servono semplicemente a provare la tenuta dei perenni esercizi di ingerenza che mette in atto e questo rivela la caratteristica più paradossale del suo temperamento.

Curvo su uno specchio, che lo riproduce senza capire, sguazza nell’esaltazione di ciò che ha ideato, credendolo nuovo, originale, unico e non si accorge di aver messo in scena l’ennesima replica del passato, qualcosa di già accaduto, già accaduto, già accaduto...

Con incommensurabile presunzione si è andato convincendo che nulla avrebbe luogo senza il suo intervento.

Ti schifa quando gli parli di destino, non lo considera, non lo fa esistere è persuaso che tutte le vite si determinino sui suoi dissennati sollazzi.
Fa sberleffi se gli prospetti la possibilità che ciò che a lui sembra vitale sia solo un ruolo d’appoggio, una convulsione insignificante.

Sbattigli in faccia che nonostante l’impeto delle sue eccentriche infiltrazioni non ti lasci disorientare. Non puoi essere diverso nemmeno quando eventi accidentali sembrano risucchiarti oltre la tua sorte... Sniffi gli errori che commetti perché sono gli stessi che li hanno preceduti e non hai la tempra per sottrarti. Conosci anche troppo bene le ventate di piacere che ti sommergono, sai i modi di cercarle e non c’è inciampo che ti distolga da questa caccia. 
Tu lo senti che il destino, quello vero, sta nella radice oscura della personalità, nelle contrazioni del carattere che ti marchiano fin dalla nascita, una punzonatura esclusiva  da cui l'imprevisto, per sua indole, non sa prevedere vie di fuga...

                                                           C.P.




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12 maggio 2011

TONY OURSLER

Tony Oursler al PAC di Milano fino al 12.6.2011

Definito l'ideatore della video-scultura. I suoi video proiettati in tre dimensioni, spesso su superfici sferiche, accentuano la carica espressiva del soggetto. Visi nell'atto di parlare, osservare o urlare, occhi nei quali si possono vedere le pupille che si dilatano, il riflesso dell'iride, il battito delle palpebre e che sembrano fissare lo spazio o interagire con chi li osserva.
La sua opera (performing art) ricerca l'animazione di concetti psicologici e filosofici all'interno di spazi di grande impatto emotivo.





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4 maggio 2011

COPPIE

 

                                   STORIE DI DONNE  INTELLIGENTI CHE SPERO 
                                  NON DISTURBINO  GLI UOMINI INTELLIGENTI


Lui disse:
Usi il reggiseno? Ma se non hai niente da metterci dentro...
Lei disse: Anche tu usi gli slip
...


Lui disse: Proviamo a cambiare posizione stasera?
Lei disse: Che bella idea! Tu stiri e io mi stendo sul divano e dormo!


Perchè
le donne sposate pesano di più di quelle single?
Le donne single arrivano a casa, guardano cosa c'è in frigo e vanno a letto!
Le donne sposate arrivano a casa, guardano cosa c'è a letto e vanno al frigo!



L'uomo: Dio, perchè hai fatto la donna così bella?
Dio
: Perchè tu la potessi amare.
L'uomo: Ma... perchè l’hai fatta così stupida?
Dio: Perché lei ti potesse amare!




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26 aprile 2011

LO SPACCIATORE DI PENSIERI

 Lo spacciatore di pensieri è sempre in cerca di roba da spacciare.

Corre di vertigine in vertigine immerso nel suo progetto, annusa, ascolta e ritiene. È un’attività che lo appassiona. Non sempre la raccolta è fruttuosa, nel senso che i pensieri che gli capitano a volte sono disturbanti o incomprensibili, ma ogni tanto c’è la folgorazione: l’improvviso imbattersi in una riflessività inusuale e sfavillante che lo ripaga di qualche delusione. Sì, perché i disappunti sono molti anche in situazioni in cui si auspicherebbe una capacità di raziocinio intelligente e rigorosa.

Se gli capitano pensieri troppo prevedibili ha un moto di sconforto, non gli va di rifilare dosi taroccate, ci tiene alla sua integrità di onesto pusher. È importante selezionare il meglio prima di spargere concetti...

Quando sente di avere tra le mani il materiale giusto si predispone a confezionare degli allettanti cartoccetti con motti, frasi, sentenze, riflessioni, ipotesi...Non è un’operazione da prendere alla leggera. Vanno selezionati a seconda della categoria dei destinatari, trascritti su carte morbide di colori diversi per non fare confusioni e sigillati perché non sfugga il loro senso.

E poi viene il più difficile... per un lavoro ben fatto è indispensabile identificare con diligenza i luoghi e le relative frequentazioni. Discoteche, bar, giardinetti, osterie di campagna, ristoranti, hanno diverse tipologie di habituè e le seminagioni devono essere accurate.

Il nostro spacciatore sceglie i posti e le ore, poi si avvia col suo fagotto. Arrivato in zona, discretamente, senza attirare l’attenzione sparpaglia in giro il contenuto.
Il più delle volte si attarda curioso vorrebbe partecipare direttamente al gioco dello scambio e sentire le sensazioni che le sue proposte hanno suscitato, peccato che a parte qualche raro caso nessuno esprima ad alta voce ciò che prova.

In questo affascinante impegno il suo solo rammarico è l’impossibilità di conoscere e potersi arricchire subito degli spunti inattesi che ogni meditazione scartocciata riesce a far germogliare.

Ma anche se non è in grado di disciplinare gli effetti delle proprie iniziative, nel suo zelo volontaristico c’è una consapevolezza irrinunciabile per cui vale la pena di continuare: la cognizione avvincente di un rigoglioso concatenamento di idee che prorompono e tracimano le une nelle altre fertilizzando l’esperienza senza soluzione di continuità.
                                                                                        C. P.


Nino Rota - 8½ theme




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